I miei commenti e recensioni - Non si diventa architetti studiando solo “architettura”
- Nicola Vazzoler
- 25 mar
- Tempo di lettura: 5 min

Perché una scelta piuttosto che un’altra?
Non si diventa architetti studiando solo “architettura”. O meglio: non basta. Si diventa architetti progettando, certo. Studiando statica, costruzioni, matematica, fisica. Studiando la storia dell’architettura, dell’urbanistica, dell’arte, l’estetica, il design.
Tutto questo è necessario. Senza queste basi, il progetto dello spazio semplicemente non esiste. Eppure c’è un altro livello, meno evidente, che non riguarda direttamente la forma, ma il modo in cui la si pensa.
È il livello in cui il progetto smette di essere solo risposta tecnica e diventa presa di posizione. Non perché manchino le soluzioni, ma perché tra molte soluzioni possibili bisogna scegliere. È lì che entra in gioco qualcosa che i manuali non insegnano del tutto: uno sguardo.
Ci sono tre libri che, almeno ai miei tempi, tornavano spesso nelle bibliografie degli esami: Esercizi di stile (Raymond Queneau 1947), Specie di spazi (Georges Perec, 1974) e Le città invisibili (Italo Calvino, 1972). Non insegnano a progettare un edificio o a pianificare lo “sviluppo” urbano di una città. Non sostituiscono la tecnica. Ma lavorano su un livello più profondo: il modo in cui guardi, scomponi e ricostruisci il mondo. Ed è per questo che, pur essendo laterali, diventano centrali.
Il progetto come processo logico
Nelle scuole di architettura, il problema principale è spesso l’arbitrarietà: perché ho fatto questa scelta e non un’altra?
Queneau, Perec e Calvino offrono una risposta tanto semplice quanto radicale: il vincolo genera la forma. Tutti e tre, in modi diversi, si muovono dentro una visione che trova nell’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle, “Officina di letteratura potenziale”) una delle sue espressioni più chiare: la creatività non come ispirazione casuale, ma come costruzione attraverso regole.
Per un architetto questo è il pane quotidiano. Progettare significa muoversi dentro vincoli normativi, strutturali, economici. Ed è proprio lì, dentro quei limiti, che nasce la possibilità. Il limite non è una prigione, è il motore dell’invenzione.
Se Queneau può scrivere lo stesso testo in novantanove modi diversi, allora anche un progetto può essere declinato in molteplici soluzioni. Non esiste una forma giusta in assoluto: esiste una coerenza tra le regole che ti dai e ciò che costruisci.
Quando i vincoli mancano, il rischio è la casualità. Quando invece sono chiari, il progetto si struttura, prende direzione, diventa leggibile. È in quel momento che smette di essere un gesto e diventa un processo.
Scomporre la realtà per poterla rimontare
L’architettura è, prima di tutto, l’arte di organizzare la complessità. Ma per farlo bisogna imparare a smontarla.
Georges Perec insegna a sezionare l’esistente. Prima di progettare una casa, devi saper osservare come una persona si siede, come la luce colpisce un muro, come lo spazio minimo di un letto modifica la percezione di una stanza. È una lezione di analisi che vale tanto per la scala domestica quanto per quella urbana.
Italo Calvino lavora su un altro piano: quello del significato. Una città è fatta di memoria, desideri, relazioni, scambi. Se non riconosci queste componenti invisibili, costruirai solo oggetti isolati, incapaci di entrare in relazione con chi li vive.
Questi testi forniscono all’architetto uno strumento fondamentale: non subire la realtà, ma smontarla e rimontarla secondo un nuovo ordine. È un passaggio decisivo. Perché finché ti limiti a osservare, descrivi. Quando inizi a scomporre, capisci. E solo quando capisci, puoi davvero progettare.
Un linguaggio oltre la tecnica
Il linguaggio dell’architettura rischia spesso di diventare autoreferenziale. Parole come “permeabilità”, “distribuzione”, “volumetria” finiscono per descrivere lo spazio senza riuscire davvero a raccontarlo. La narrativa di questi tre autori apre invece un vocabolario diverso, più preciso e più umano allo stesso tempo. Aiuta a parlare del progetto non come oggetto tecnico, ma come esperienza.
Nelle revisioni universitarie, nei concorsi o, più in generale, negli incarichi professionali questo fa la differenza. Saper descrivere uno spazio con la precisione quasi chirurgica di Perec o con l’evocazione di Calvino significa riuscire a comunicare qualcosa che non è immediatamente visibile: perché quello spazio è necessario.
Non è una questione stilistica. È una questione di comprensione. Se non riesci a dirlo, probabilmente non l’hai ancora capito fino in fondo.
Contro il gesto fine a sé stesso
C’è una deriva, oggi, che attraversa l’architettura: la ricerca del gesto, della forma che stupisce, dell’oggetto iconico. Una scorciatoia che spesso confonde intensità e complessità. Questi tre libri possono ancora oggi rappresentare un antidoto.
Queneau mostra che la variazione ha senso solo se è governata da una logica. Perec ricorda che il centro del progetto è il quotidiano, non l’eccezione. Calvino avverte che uno spazio senza relazioni è un vuoto, anche quando è formalmente perfetto.
Sono libri che riportano l’architetto a una responsabilità più difficile: costruire condizioni per la vita. Non immagini da osservare, ma spazi da abitare. Non monumenti all’ego, ma strutture che reggono nel tempo.
Tre posture davanti al progetto
Questi autori non sono semplicemente letture consigliate. Rappresentano tre modi di stare davanti al mondo, allo spazio e al progetto.
Raymond Queneau insegna che il tema è un pretesto. Come l’episodio banale del suo libro, anche il programma funzionale di un edificio lo è, così come la struttura di un piano. La libertà non sta nell’inventare funzioni straordinarie, ma nel modo in cui si costruisce una risposta coerente. Il progetto è una combinatoria: una sequenza di scelte governate da regole.
Georges Perec sposta l’attenzione sulla sostanza. Accende la luce su ciò che normalmente sfugge. Costringe a guardare il dettaglio, l’uso, il corpo. Insegna a dubitare delle funzioni precostituite e a osservare davvero prima di intervenire. È una lezione di attenzione che cambia il modo di agire.
Italo Calvino apre la dimensione della visione. Le sue città non sono costruibili, ma sono vere. Perché parlano di ciò che tiene insieme gli spazi: relazioni, memoria, desiderio. E lo fanno dentro una struttura rigorosa. È qui che immaginazione e precisione coincidono.
Il triangolo del progetto spaziale
Questi tre libri costruiscono, insieme, una struttura “invisibile”.
Queneau ti dà il metodo: il vincolo come generatore dello spazio. Perec ti dà lo sguardo: l’attenzione all’uso e al quotidiano. Calvino ti dà il senso: la capacità di collegare ciò che costruisci a qualcosa che va oltre la funzione.
Senza uno di questi elementi, lo spazio rischia di zoppicare: senza metodo diventa arbitrario, senza attenzione diventa astratto, senza senso diventa vuoto (seppur il vuoto rappresenti un’infinità di possibilità potenziali). Insieme, invece, permettono di trasformare una necessità tecnica in un’opera di cultura.
Dove si impara davvero l’architettura
In fondo, l’architetto è una figura ibrida. I manuali insegnano come far stare in piedi un edificio, come progettare uno spazio. Questi libri suggeriscono qualcosa di diverso: quale storia deve raccontare a chi vivrà questo spazio, sia esso domestico o collettivo.
E quando inizi a capirlo, smetti di disegnare forme gratuite. Cominci a costruire relazioni. È una consapevolezza a cui ho provato ad avvicinarmi, e che ho cercato di restituire in Forme di città (2023).




Tema molto centrato. L’idea del vincolo come generatore della forma richiama una tradizione progettuale, da Rossi in poi, in cui il progetto nasce da regole più che da gesti arbitrari. Interessante anche il riferimento a Perec: l’attenzione al quotidiano è qualcosa che spesso si perde nella pratica contemporanea.
Non sapevo che la letteratura avesse un ruolo nella formazione di un architetto. Pensavo fosse tutto molto più tecnico. Forse è anche questa la differenza tra ingegnere e architetto?