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I miei commenti e recensioni - Il diavolo veste Prada 2: quando un film smette di essere iconico e diventa brand

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 25 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min
Miranda Priestly nell’ascensore in una scena de Il diavolo veste Prada 2, immagine simbolo del ritorno del franchise tra nostalgia e costruzione del brand
Miranda Priestly nell’ascensore in una scena de Il diavolo veste Prada 2

Ci sono opere che smettono di appartenere soltanto al cinema e diventano parte dell’immaginario collettivo. Non semplicemente film di successo, ma immagini, personaggi e scene che continuano a vivere nel tempo.


Pochi mondi sono naturalmente predisposti a questo processo quanto quello della moda. La moda non produce soltanto vestiti, ma simboli, aspirazioni, gerarchie estetiche e modi di abitare un’epoca.


Forse è anche per questo che Il diavolo veste Prada è diventato molto più di una semplice commedia glamour. Ancora oggi continua a essere citato, condiviso e riconosciuto come un immaginario preciso fatto di ambizione, potere, ironia e trasformazione personale.


Ed è proprio qui che emerge la differenza fra il primo film e il suo sequel uscito qualche settimana fa.


Il film del 2006 non era semplicemente una commedia sulla moda. Era, prima di tutto, un “romanzo di formazione”. La moda era il linguaggio attraverso cui parlare di ambizione, potere, identità e compromesso morale. Andy Sachs non attraversava soltanto il mondo di Runway: ne veniva progressivamente trasformata. Ed è proprio questa trasformazione a dare struttura, ritmo e senso al film.


La celebre scena del “ceruleo” è forse l’esempio più chiaro. Miranda Priestly non sta solo umiliando Andy: sta spiegando allo spettatore come funziona il potere culturale. In pochi minuti il film mostra il rapporto fra alta moda, industria, mercato di massa e desiderio collettivo. Non c’è bisogno di spiegare il sistema. Il sistema si manifesta attraverso il dialogo, la tensione e la regia.


È qui che nasce l’iconico.


Non dall’estetica fine a sé stessa, ma dalla capacità di condensare qualcosa di più grande dentro immagini, battute e personaggi. Miranda non è soltanto un “capo severo”. È un archetipo del potere contemporaneo. Andy non è soltanto una stagista. È la figura di chi entra in un sistema seduttivo e deve decidere quanto di sé è disposto a sacrificare.


Il diavolo veste Prada 2, invece, sembra muoversi in modo opposto. Dove il primo costruiva conflitti, il secondo li commenta. Dove il primo suggeriva, il secondo esplicita. Dove il primo lasciava emergere i significati, il secondo li verbalizza continuamente.


La critica alla crisi del giornalismo cartaceo e all’impatto del digitale, per esempio, appare spesso raccontata attraverso battute e dichiarazioni dirette più che attraverso situazioni realmente drammatiche. Il risultato è una narrazione che sembra girare attorno ai propri temi senza mai trasformarli in esperienza cinematografica.


Anche i personaggi appaiono cambiati profondamente. Nel primo film Miranda Priestly era memorabile perché dietro il controllo assoluto lasciava intravedere fragilità, rinunce e solitudine. Emily era nevrotica ma umana. Persino Nigel, con il suo sarcasmo, portava con sé una malinconia sotterranea.


Nel sequel molti di questi elementi sembrano dissolversi in favore della caricatura. I personaggi non evolvono più, si limitano a replicare sé stessi. Diventano versioni semplificate delle proprie caratteristiche più riconoscibili, quasi imitazioni delle immagini che il pubblico conserva nella memoria.


Ed è qui che emerge il problema centrale: la nostalgia.


Molti sequel contemporanei non nascono da una reale necessità narrativa, ma dal bisogno industriale di riattivare immaginari già esistenti. Il punto non è semplicemente “fare continuare una storia”, ma mantenere vivo un marchio culturale già riconosciuto dal pubblico.


Ed è forse questa la trasformazione più interessante e paradossale del sequel: Il diavolo veste Prada, da opera capace di osservare criticamente il sistema dei brand e dell’immagine, sembra essere diventato esso stesso un brand da mantenere attivo.


Ma l’iconico funziona in modo opposto rispetto al brand.


Un brand ha bisogno di essere continuamente rilanciato, riconosciuto, esposto. Un’icona, invece, può anche sparire e continuare a esistere nell’immaginario collettivo.


Il finale del primo film era perfetto proprio per questo motivo. Andy che lancia il telefono nella fontana e Miranda che sorride impercettibilmente dal sedile dell’auto chiudevano il racconto senza bisogno di aggiungere altro. Era una conclusione definitiva, elegante, quasi irreversibile. Lasciava spazio al “mito”.


Il sequel, invece, sembra incapace di accettare quella chiusura. E nel tentativo di riattivare il fascino originario finisce spesso per citarlo meccanicamente. Alcune sequenze richiamano apertamente scene del primo film ma senza la stessa urgenza narrativa (la ricerca dell’inedito di Harry Potter sostituita dalla ricerca di un numero di telefono per un’intervista, il “salvataggio” di Miranda da parte di Andy, il cibo della mensa, la ricerca di abiti adatti a Andy da parte di Nigel, Miranda in crisi nella camera d’albergo, ecc..).


Durante la visione ho avuto una sensazione precisa: questo film non è iconico. Poi, quasi alla fine, Andy definisce Emily “iconica”. Ed è stato in quel momento che qualcosa si è chiarito davvero.


Il primo film non aveva mai bisogno di dichiararsi iconico. Lo diventava attraverso la scrittura, i conflitti, i dettagli, le immagini. Il sequel invece sembra sentire continuamente il bisogno di ricordare allo spettatore ciò che il franchise rappresenta.


È una differenza enorme. Perché l’iconico non può essere dichiarato dall’interno dell’opera. Deve essere riconosciuto dall’esterno, nel tempo, dalla memoria collettiva.


Se un film deve dirti di essere iconico, forse ha già smesso di esserlo o, più probabilmente, non lo è mai stato.

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