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Su di me – Epilessia: immersione ed emersione

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 23 mar
  • Tempo di lettura: 2 min
Sagoma di una persona fluttuante nello spazio, con un braccio teso verso un vortice di luce, in un ambiente cosmico scuro e stellato.

Sono passati vent’anni dal primo attacco. Venti anni sono una misura strana: abbastanza per dire “ci convivo”, ma non abbastanza per dire “ci sono abituato”. Perché non ci si abitua mai davvero.


Io non ho mai vissuto un attacco nello stesso modo. O meglio: il corpo sì, forse. Ma la coscienza no. Ho due forme di epilessia, generalizzata e focale, e sono due mondi completamente diversi. Il cervello è forse l’edificio più complesso che esista. Un labirinto che crediamo di conoscere solo perché ci viviamo dentro.


La generalizzata non la ricordo. Non ricordo l’inizio, non ricordo il momento in cui succede. Ricordo però il ritorno. È come riemergere. Non è brutale, come si potrebbe pensare: è lento, quasi gentile. All’inizio ci sono voci lontane, qualcuno che ti chiama da una distanza che non è fisica. Poi, piano, quelle voci si avvicinano e tu torni.


C’è uno stato, prima del risveglio completo, che è difficile da spiegare: una specie di torpore che è anche qualcos’altro, qualcosa di quasi mistico, sospeso, incomprensibile. E, in modo strano, piacevole. Poi arriva il corpo. Sempre. Le botte della caduta, i muscoli indolenziti, rotti, come se avessero lavorato oltre ogni limite. Il dolore diffuso, ovunque. E poi il sonno, profondo, necessario, come se il cervello, dopo aver consumato tutto, chiedesse solo di spegnersi.


La crisi focale è un’altra cosa. Lì non c’è distanza, non c’è sospensione, non c’è nulla di mistico. C’è presenza, totale. Senti il muscolo, uno solo e preciso, che si contrae. Perché proprio quello, non lo so. Forse c’è una logica, o forse no. Ma lo senti. E fa male. Un dolore che non riesci a raccontare davvero, come se quella parte del corpo si stesse strappando, lacerando. E tu sei lì, lucido, a viverlo tutto. Se dovessi trovare una parola, direi che è più vicino a quello che immaginiamo essere la morte. Non nel senso simbolico, ma in quello fisico, concreto, duro. Carne.


Sono passati vent’anni. E ogni volta è come se fosse la prima. Non per la sorpresa, ma perché la malattia, dopo periodi di silenzio, torna e ti ricorda che c’è.


Potrei vivere aspettando il prossimo attacco, pensando che sia dietro l’angolo. Ma non sarebbe vita. Non so se sia una scelta razionale, credo di no. È più istinto, una specie di fatalismo necessario.


Il cervello che a volte ti toglie la presenza, paradossalmente ti restituisce una presenza diversa, meno tesa, meno in allerta. E così la vita va avanti. Non so se sia sopravvivenza o una forma antica di dimenticanza, ma è qualcosa che funziona. Permette di continuare, di affrontare le giornate, di abbracciare tutto il resto.


Ieri sera è successo di nuovo. E stamattina sono qui. Senza pensarci troppo. E vado avanti.

2 commenti


Marco
23 mar

Leggendo mi ci sono immedesimato. Il cervello è strano, un mondo non ancora del tutto esplorato. Mi spiace per la tua malattia.

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Nicola Vazzoler
Nicola Vazzoler
23 mar
Risposta a

Grazie Marco. Sì, il cervello resta ancora in gran parte un territorio sconosciuto. Scriverne è anche un modo per provare a capirlo, e a farlo capire, almeno un po’.

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