Su di me – Grazie mille
- Nicola Vazzoler
- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min

Ieri sera ho fatto gli auguri a un amico e lui mi ha risposto: grazie mille. È una formula che usiamo continuamente, così tanto da non sentirla quasi più davvero. Eppure stamattina, senza un motivo preciso, mi sono chiesto perché diciamo proprio mille. Non cento, non diecimila. Mille.
Ho cercato qualche spiegazione online. In retorica, “mille” è un’iperbole: un numero abbastanza grande da suggerire qualcosa di immenso, ma ancora comprensibile. Ha un ritmo veloce, chiude bene la frase, resta in testa. Ed è anche un numero profondamente letterario. Dante Alighieri lo usa spesso come misura dell’incommensurabile. Catullo scrive “dammi mille baci”, poi altri cento, poi ancora mille. Un modo per trasformare qualcosa di concreto in qualcosa che sembra non dover finire mai.
Ed è stato proprio quel passaggio sui baci a farmi pensare a 24.000 baci. Ventiquattromila mi è sempre sembrato un numero enorme. Poi stamattina ho cercato quanti giorni vive mediamente un essere umano. Circa ventisei o ventisettemila. E lì ho avuto una sensazione difficile da spiegare.
Una specie di vertigine temporale. Non è paura del tempo che passa. È qualcosa di diverso. È il momento in cui il tempo smette di essere astratto e diventa improvvisamente misurabile. Finito. Numerabile. Come se il cervello, per un istante, riuscisse a vedere contemporaneamente tutto: il passato accumulato, il presente che si consuma e il futuro che si restringe.
La percezione cambia di colpo. Ventisettemila giorni non sono più “una vita intera”. Diventano una quantità. E soprattutto non sembrano abbastanza. A quel punto anche 24.000 baci cambia significato.
Perché inizi a chiederti cosa stiamo contando davvero. Quali baci. Quelli ricevuti da bambini valgono? I baci dati distrattamente prima di uscire? Quelli dimenticati subito? E quelli che invece rimangono impressi per anni?
Ci sono giornate in cui potresti darne venti, trenta, forse di più. E altre in cui non ne dai nessuno. Settimane intere senza un contatto. A volte mesi. E allora quel numero che sembrava enorme cambia forma. E diventa finito.
Anni fa, in Tutte le favole per bambini cresciuti, avevo scritto un racconto intitolato “La forma dell’amore”. A un certo punto descrivevo la giornata di Sara in modo quasi ossessivo: la sveglia, il bagno, il phon, il traffico, il parcheggio, il caffè, il lavoro, la palestra, la cena, il ritorno a casa, il film acceso per inerzia prima di addormentarsi.
Una sequenza interminabile di gesti ordinari raccontati uno dopo l’altro fino a diventare quasi pesanti. La routine ha qualcosa di profondamente anestetico. I giorni tendono a sovrapporsi, a diventare intercambiabili. Ed è proprio questa ripetizione continua a produrre forse l’illusione più pericolosa: quella che il tempo sia inesauribile. Che ce ne sarà sempre ancora un po’. Un’altra settimana. Un altro anno. Un’altra occasione.
Forse la vertigine temporale nasce esattamente quando questa illusione si rompe.
Qualche anno fa un mio amico, poco prima di morire di cancro, mi scrisse che la malattia poteva diventare “una condizione di potenza meravigliosa”, qualcosa che, “precisa quasi come un bisturi”, riusciva a dare una qualità diversa al tempo.
Ventisettemila giorni.
Ventiquattromila baci.
Mille grazie.
E per un istante tutto assume un peso diverso.


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