Officina delle storie – Come avrei riscritto L’avvocato del diavolo
- Nicola Vazzoler
- 3 giorni fa
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Ho rivisto L’avvocato del Diavolo (regia di Taylor Hackford, 1997) dopo più di dieci anni. O forse venti. Non lo so con precisione. Alcuni film rimangono in una zona strana della memoria: li ricordi perfettamente anche quando hai dimenticato da quanto tempo non li guardi davvero.
Ricordavo molto bene l’estetica elegante, quasi patinata, della New York del film. Ricordavo le interpretazioni, soprattutto un Al Pacino gigantesco, teatrale, ironico, magnetico, e una prima parte costruita come un legal thriller solidissimo. Ricordavo anche alcune scene precise: il montaggio frammentato del funerale, l’incidente del procuratore che stava indagando sullo studio, gli sguardi di Milton verso le icone cristiane e soprattutto quella scena meravigliosa in cui immerge il dito nell’acquasantiera facendo evaporare l’acqua.
Rivedendolo oggi, però, con occhi diversi e probabilmente più severi, ho notato una serie di crepe strutturali che all’epoca mi erano sfuggite. Ed è curioso perché il film continua ad avere intuizioni potentissime, ma a un certo punto sembra non fidarsi più di sé stesso.
Il primo problema è il falso plot twist. Oggi non funziona quasi più come rivelazione. Il titolo stesso, L’avvocato del Diavolo, anticipa già tutto. Certo, nella prima mezz’ora si potrebbe ancora interpretare “Diavolo” come una metafora della corruzione morale, dell’ambizione o del capitalismo aggressivo degli anni ’90. Ma il film abbandona presto quell’ambiguità, ed è un peccato, perché la sua forza iniziale sta proprio lì.
Per buona parte della prima metà, John Milton potrebbe essere molte cose contemporaneamente: il Diavolo letterale, certo, ma anche un manipolatore narcisista, un padre tossico, l’incarnazione dell’élite americana, o semplicemente il simbolo della vanità umana trasformata in sistema. Finché il film resta in quella zona grigia funziona magnificamente.
Le visioni di Mary Ann, per esempio, potevano essere lette come il risultato dell’isolamento, della depressione, della pressione sociale o di una lenta manipolazione psicologica. Charlize Theron regge benissimo quel doppio livello: fragile e lucida allo stesso tempo. Il problema è che il film, progressivamente, decide di eliminare ogni dubbio.
La morte del socio inseguito dai senzatetto/demoni invisibili segna il punto di non ritorno. Da quel momento non siamo più dentro un thriller psicologico: siamo già nell’horror soprannaturale. E secondo me il film perde qualcosa di fondamentale, perché perde tensione, mistero ed eleganza.
La seconda metà accelera improvvisamente in modo quasi schizofrenico. Nel giro di pochissimo tempo si consuma il suicidio di Mary Ann, la madre di Kevin rivela il proprio passato e il fatto che Kevin sia figlio del Diavolo, Kevin corre nell’attico di Milton e il film si trasforma improvvisamente in una sorta di horror barocco di fine anni ’90, fatto di metamorfosi digitali, statue che prendono vita e dialoghi apocalittici sull’Anticristo.
Ed è qui che il film cambia completamente pelle.
Il problema non è il soprannaturale in sé. Il problema è il modo in cui viene mostrato. Tutto diventa esplicito, urlato, materializzato. Persino gli effetti speciali, già all’epoca discutibili, oggi risultano terribilmente invecchiati e cozzano violentemente con la raffinatezza visiva costruita fino a quel momento. Sembra quasi che il film, arrivato al finale, abbia paura del silenzio, dell’ambiguità e soprattutto di lasciare il male in una forma invisibile.
Ed è curioso perché il vero tema del film non è mai stato Satana. Il vero tema del film è Kevin Lomax.
Kevin è già predisposto alla corruzione prima ancora di incontrare Milton. La scena iniziale del processo lo dimostra perfettamente: capisce che il suo cliente è colpevole e sceglie comunque di vincere. Non è possessione. Non è magia. È ego. È vanità. È la convinzione di essere più intelligente degli altri e quindi autorizzato a oltrepassare certi limiti.
Milton, in fondo, dovrebbe limitarsi ad alimentare quella deriva, non ad accelerarla distruggendo tutto nel giro di pochi giorni. Ed è qui che emerge il grande dubbio logico del film: perché il Diavolo ha tanta fretta?
Perché isolare Kevin in modo così brutale? Perché far crollare improvvisamente sua moglie? Perché trasformare la seduzione della sorellastra in un rituale apocalittico esplicito?
La mia impressione è che la risposta sia nascosta nel personaggio stesso di Milton: la superbia. Milton non riesce a resistere alla tentazione di mostrarsi. Vuole teatralizzare il proprio trionfo. Vuole essere adorato. Vuole assistere al momento esatto in cui Kevin sceglie il male sapendo di sceglierlo.
Ed è probabilmente questo che salva ancora oggi il personaggio di Al Pacino. Non è il Diavolo biblico tradizionale. È un narcisista cosmico. Un seduttore convinto che tutto debba diventare spettacolo.
Se avessi riscritto il film, però, avrei scelto una strada diversa. Avrei mantenuto il tono da thriller psicologico fino alla fine. Niente mostri espliciti nei camerini. Nessuna creatura deformata. Nessuna trasformazione digitale nell’attico.
La follia di Mary Ann sarebbe rimasta ambigua fino all’ultimo: depressione, paranoia o manipolazione? Lo spettatore non avrebbe mai dovuto avere una risposta definitiva.
Anche la relazione con la sorellastra avrebbe funzionato meglio come una lenta seduzione morale, fatta di sguardi, tensioni e possibilità implicite, non come un ordine esplicito di concepire l’Anticristo in un attico infernale.
E soprattutto il confronto finale sarebbe stato completamente diverso. Niente effetti speciali. Niente fiamme. Niente manifestazioni demoniache. Solo un lungo dialogo da camera fra Kevin e Milton. Un confronto devastante in cui Kevin comprende progressivamente che ogni scelta compiuta nel corso del film era già una sua scelta e che Milton non ha creato il male dentro di lui: si è limitato a osservarlo crescere.
Probabilmente oggi una versione del genere funzionerebbe meglio. Più simile a certe serie contemporanee come Succession o ai thriller psicologici moderni, dove il male resta invisibile e proprio per questo inquietante.
Eppure, nonostante tutto, il film riesce comunque a salvarsi nel finale. Perché l’ultima battuta di Milton è ancora perfetta: “Vanità. Decisamente il mio peccato preferito.”
In quel momento il film torna improvvisamente lucidissimo. Abbandona per un istante l’horror soprannaturale e ritorna al suo vero nucleo: l’ego umano.
Il finale suggerisce che il Diavolo non abbia bisogno di vincere una sola volta. Ha tutto il tempo del mondo. Può ricominciare all’infinito. Cambiano i volti, cambiano le epoche, cambiano le forme del potere, ma prima o poi troverà sempre una crepa nella morale umana da cui entrare.
E forse è proprio questa l’idea più inquietante del film: non che il male esista, ma che spesso abbia semplicemente la pazienza di aspettare.



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