Officina delle storie – Come avrei riscritto Another Earth
- Nicola Vazzoler
- 9 ore fa
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Se esistesse davvero una seconda Terra
Tra i film di fantascienza degli ultimi vent’anni, Another Earth (2011, regia di Mike Cahill) è uno di quelli che più mi affascinano per la forza della sua premessa. Ed è anche uno di quelli che mi lasciano la sensazione più netta di occasione mancata.
L’idea è vertiginosa nella sua semplicità: nel cielo compare un pianeta identico alla Terra. Non simile, identico. Stessa massa, stessa atmosfera, stessi continenti, persino le stesse persone. Una premessa così non introduce solo un problema astronomico, ma una domanda più radicale: se esiste un’altra Terra uguale alla nostra, allora potrebbe esistere un’altra versione di noi. Un altro mondo in cui le nostre scelte hanno preso una strada diversa.
Il film che abbiamo davanti
Il film sceglie però una traiettoria molto precisa. La seconda Terra resta sullo sfondo, mentre la storia si concentra sulla dimensione intima della protagonista: il senso di colpa, il tentativo di espiare un errore, la possibilità di una seconda occasione.
È una scelta legittima, ma lascia la sensazione che l’idea più potente resti solo parzialmente esplorata. Il linguaggio (fatto di piani lunghi, silenzi e dialoghi ridotti) suggerisce profondità più che costruirla davvero. Il risultato è un racconto contemplativo, sospeso, che evita di affrontare fino in fondo le conseguenze della propria premessa. Perché la comparsa di una seconda Terra non sarebbe solo una metafora: sarebbe una frattura nella realtà.
Come avrei raccontato questa storia
Se avessi dovuto riscrivere Another Earth (come già fatto per Sunshine di Danny Boyle), avrei portato proprio lì il centro del racconto. La seconda Terra non come oggetto lontano, ma come evento capace di modificare lentamente la percezione del mondo.
Con l’avvicinarsi dei due pianeti non cambierebbe solo il cielo, ma il modo in cui le persone percepiscono il tempo, la memoria e le proprie scelte. Comincerebbero a emergere piccoli scarti: decisioni che sembrano già prese altrove, ricordi che non appartengono del tutto a questa realtà, la sensazione di aver già vissuto momenti che stanno accadendo per la prima volta.
Non due universi che si moltiplicano, ma due universi che entrano in risonanza. Fino al punto in cui non collidono, ma si sovrappongono.
I riflessi della realtà
Due Terre identiche significherebbero due storie quasi identiche: linee temporali molto simili, ma non perfettamente sovrapponibili. In una realtà qualcuno ha fatto una scelta, nell’altra qualcuno ne ha fatta un’altra. Non copie perfette, ma riflessi. E i riflessi non sono mai completamente sincronizzati.
Se questi due mondi iniziassero ad avvicinarsi, anche le loro storie comincerebbero a interferire: all’inizio in modo impercettibile, poi sempre più evidente. Déjà vu, decisioni che non sembrano del tutto nostre, ricordi che non appartengono a questa versione della vita. Non perché il tempo si ripete, ma perché un’altra versione di noi lo ha già vissuto altrove.
I modi in cui il cinema ha immaginato il multiverso
Il cinema ha immaginato spesso queste possibilità. In Sliding Doors (1998, regia di Peter Howitt) una scelta minima genera due linee temporali parallele; in Coherence (2013, regia di James Ward Byrkit), durante il passaggio di una cometa, più universi iniziano a sovrapporsi nello stesso spazio; in The Cloverfield Paradox (2018, regia di Julius Onah) un acceleratore di particelle apre una frattura tra universi producendo anomalie nella materia, nello spazio e nel tempo; in Everything Everywhere All at Once (2022, regia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ogni scelta genera una proliferazione potenzialmente infinita di possibilità.
Ma la presenza di una seconda Terra suggerirebbe qualcosa di diverso.
Un’idea diversa
Non universi che si moltiplicano o si invadono, ma universi che si comprimono. Due realtà quasi identiche che entrano in risonanza, si avvicinano, convergono.
A quel punto non avverrebbe una collisione, ma una sovrapposizione. Due versioni della realtà che smettono di essere separate e diventano una sola struttura. Una realtà nuova, stabile, ma attraversata da tracce di ciò che è stata prima.
Qualcuno potrebbe ricordare due vite diverse, qualcun altro provare emozioni che non riesce a spiegare.
Il multiverso dentro di noi
Questa idea dei riflessi non riguarda solo il cosmo, ma anche il modo in cui pensiamo alla nostra vita. Tempo fa ho provato a raccontarlo in un breve testo, La mutevolezza delle cose, contenuto nella raccolta Tutte le favole per bambini cresciuti (2025).
Non parlavo di pianeti, ma delle diverse versioni di noi stessi che avremmo potuto essere. Da piccoli il futuro è uno spazio aperto, popolato da possibilità; crescendo, molte scompaiono, altre cambiano forma, alcune restano come tracce. La persona che siamo è solo uno dei percorsi possibili. In questo senso, il presente è il risultato di una continua interferenza tra versioni diverse di noi: quelle che abbiamo vissuto, quelle che abbiamo immaginato, quelle che restano ancora possibili.
L’ultimo riflesso
Forse è proprio questo che rende così inquietante l’idea di una seconda Terra. Perché non parla solo di astronomia, ma delle vite che avremmo potuto vivere.
E della possibilità che, da qualche parte, una di quelle versioni stia vivendo una storia diversa. O forse identica. Aspettando il momento in cui i riflessi torneranno a coincidere.


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