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Caput Adriae. Le storie che abitano il paesaggio

Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
Nicola Vazzoler
7 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

Una lettura di «Caput Adriae. Racconti dall'intimo golfo dell'Adriatico», di Gabriella Brumat Dellasorte.


La presentazione di Caput Adriae alla biblioteca di Monfalcone ha suscitato la mia curiosità e mi ha spinto a leggere il libro. Mi interessava soprattutto il tentativo di restituire attraverso la narrativa alcuni episodi della storia di un territorio che conosco ormai bene ma del quale continuo a scoprire aspetti inattesi.


Gabriella Brumat Dellasorte, laureata in Scienze dei beni archivistici e librari all'Università di Trieste e diplomata in Paleografia, Diplomatica e Archivistica, si dedica da molti anni allo studio della storia locale e alla scrittura creativa. Autrice di saggi, monografie e numerose raccolte di racconti, in questo volume intreccia le sue conoscenze storiche con l'invenzione letteraria accompagnando il lettore in un viaggio attraverso il passato dell'alto Adriatico.


Il libro, pubblicato nell'ottobre 2025 a cura del Gruppo Costumi Tradizionali Bisiachi ODV, con le illustrazioni di Marina Legovini, è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Un sostegno che si inserisce nella valorizzazione della storia e dell'identità culturale del territorio, alla quale l'associazione dedica parte della propria attività. La pubblicazione testimonia come anche il lavoro delle realtà associative possa contribuire alla diffusione di conoscenze che, diversamente, rischierebbero di rimanere circoscritte agli ambiti specialistici.


Caput Adriae raccoglie nove racconti ambientati in epoche differenti, dalla protostoria all'età moderna, tra le sorgenti del Timavo, le coste dell'antico lacus Timavi, le sponde del fiume Isonzo, i castellieri del Carso e gli insediamenti che hanno preceduto e seguito la romanizzazione di queste terre. Ogni racconto prende avvio da una testimonianza storica, da una fonte letteraria, da un'epigrafe, da un ritrovamento archeologico o da una tradizione tramandata nel tempo attorno ai quali l'autrice costruisce una vicenda immaginaria.


È proprio questa scelta a costituire, a mio avviso, l'aspetto più interessante del libro. La storia antica, soprattutto quella dei territori "periferici" rispetto ai grandi centri del potere, ci ha lasciato testimonianze frammentarie. Conosciamo nomi, avvenimenti, luoghi e talvolta persino le parole incise da qualcuno sulla pietra. Molto più raramente sappiamo qualcosa delle vite che si svolgevano attorno a quelle testimonianze. La narrativa può superare questo vuoto immaginando ciò che le fonti non raccontano senza per questo pretendere di sostituirsi alla ricostruzione storica.


Ne Le cavalle lupifere, per esempio, il racconto prende forma attorno a una tradizione riportata da Strabone e legata al culto di Diomede presso il Timavo. In Uno smacco vendicato, le vicende della campagna romana contro gli Istri, narrate da Tito Livio, diventano occasione per immaginare la quotidianità degli uomini coinvolti nel conflitto. Ne L'uomo delle stelle, invece, il ritrovamento di una pietra incisa nel castelliere di Rupinpiccolo suggerisce la storia di un anziano osservatore del cielo e del nipote al quale trasmette le proprie conoscenze. È uno dei racconti che ho trovato più interessanti per l'idea da cui prende avvio: un reperto archeologico enigmatico diventa il punto di partenza per immaginare il rapporto di una comunità protostorica con il cielo.


La componente storica è molto presente e assume talvolta un ruolo preminente rispetto all'intreccio narrativo. I personaggi sono spesso tratteggiati con semplicità e i dialoghi accompagnano il lettore nella comprensione del contesto. Ne deriva una narrazione che privilegia la ricostruzione degli ambienti, delle consuetudini e degli avvenimenti rispetto all'approfondimento psicologico dei protagonisti. Una caratteristica che riflette, del resto, l'intento dell'autrice di rendere accessibile un patrimonio di conoscenze storiche attraverso la forma del racconto.


Il libro sembra trovare la sua ragione più autentica nel desiderio di raccontare il territorio attraverso le persone che potrebbero averlo abitato. Mi ha colpito, in particolare, la ricorrenza del rapporto tra generazioni. Sono spesso gli anziani a custodire e trasmettere le storie mentre i più giovani le ascoltano, le interrogano e talvolta se ne fanno eredi. Accade nelle vicende ambientate nell'antichità, ma anche nei racconti in cui il ricordo di un nonno diventa il tramite attraverso il quale riscoprire un passato più remoto. La memoria non appartiene soltanto agli archivi e ai monumenti ma anche a chi continua a raccontare.


Un altro merito del volume è quello di restituire una geografia oggi difficilmente riconoscibile. Il Lisert, attualmente una vasta piana occupata da insediamenti industriali e portuali, un tempo era uno specchio di mare dal quale emergevano piccoli rilievi e lembi di terra, le isole ricordate dalle fonti romane come Insulae Clarae. Le sorgenti del Timavo erano circondate da boschi sacri, approdi e luoghi di culto. Sulle alture del Carso sorgevano comunità protostoriche racchiuse entro possenti cinte di pietra, i castellieri, dei quali oggi rimangono tracce archeologiche, talvolta difficili da riconoscere nel paesaggio. Leggere queste pagine significa anche provare a immaginare un territorio diverso da quello che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi ricostruendo idealmente le trasformazioni che lo hanno attraversato nei secoli.


È questo ciò che più ho apprezzato del lavoro di Gabriella Brumat Dellasorte: la volontà di partire da testimonianze reali e cercare, attraverso l'invenzione, una continuità tra il passato e il presente. Le vicende narrate sono frutto della fantasia, ma i luoghi che le ospitano esistono, o sono esistiti, e molte delle tracce da cui prendono origine sono ancora accessibili a chi desideri cercarle.


Terminata la lettura mi è tornata in mente soprattutto la geografia di quei racconti. Luoghi che ho attraversato, alcuni dei quali profondamente trasformati o ormai scomparsi, ma che il libro invita a guardare con una curiosità. Le Bocche del Timavo, le alture del Carso, la grande distesa industriale del Lisert occupano oggi un paesaggio nel quale non è sempre facile riconoscere quello antico. E sapere qualcosa in più di ciò che vi è accaduto, o di ciò che vi si sarebbe potuto raccontare, cambia il modo di attraversarli.

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