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Gli inediti – La distanza esatta (un racconto sulla permanenza)

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min
Ritratto di un Sintattico chiamato Aurelion, figura biomeccanica umanoide immersa in uno sfondo cosmico, con elementi cibernetici integrati e abiti chiari cerimoniali.
Aurelion, Sintattico della federazione lunare. Nel futuro immaginato de “La distanza esatta”, i Sintattici sono esseri biomeccanici creati per analizzare, archiviare e interpretare la realtà oltre i limiti della percezione umana.

Di notte la Sala del Consiglio della federazione lunare smetteva di essere un luogo di decisioni. I pannelli spenti, il silenzio assoluto, le superfici chiare che restituivano la luce senza trattenerla. E la Terra oltre la vetrata che ruotava lentamente nel vuoto.


Il presidente Seraphis Vael era davanti al vetro. Aurelion a un metro da lui, leggermente arretrato, quasi immobile.


— Quando ho assunto questo incarico, — disse Vael, — credevo che il problema della Terra fosse la mancanza di informazioni. Che se le persone giuste avessero avuto i dati giusti, le scelte sarebbero state diverse.

— I dati erano sufficienti già dieci anni fa.


Vael si girò appena verso di lui.


— E allora perché non è cambiato niente?

— Perché la conoscenza non modifica automaticamente le strutture che la ricevono.


Vael abbassò lo sguardo per qualche secondo.


— E tu lo sapevi già allora che mi sbagliavo.

— Avevo elaborato una valutazione diversa. Non mi sembrava utile condividerla prima che tu ne facessi esperienza diretta.


Vael rise piano.


— Quindi mi hai lasciato sbagliare.

— Ti ho lasciato imparare. — Una pausa. — La distinzione non è formale.

— No. Suppongo di no. — Si voltò verso il vetro. I centri urbani e le reti infrastrutturali punteggiavano i continenti come circuiti dimenticati ancora accesi. Un fronte nuvoloso si spostava su quello che un tempo si chiamava Atlantico senza sapere niente di ciò che stava succedendo sotto di lui. — Diciassette anni, Aurelion. E continui a dirmelo come se fosse la prima volta.

— Perché sei tu a dirlo, ogni volta.


Vael lo guardò. Era una di quelle frasi che solo Aurelion sapeva costruire mantenendo sempre la distanza esatta tra analisi e comprensione. Qualcosa che assomigliava alla tenerezza, ma che Vael non aveva mai saputo nominare.


— Dove eravamo rimasti?

— Le strutture diplomatiche terrestri sono ancora operative. Le strutture fiduciarie no.

— E il summit di Arcopoli?

— Parteciperanno. Servirà a documentare le posizioni delle parti nel momento in cui la situazione diventerà irreversibile.


Vael incrociò le braccia.


— Quattro settimane fa. La soglia di recupero. Me lo hai detto nel resoconto del dodici marzo.

— Sì.

— Non l’ho capito.

— No.

— Potevi dirmelo in modo diverso.

— Avrei dovuto. — Una pausa. — Ho integrato l’indicazione.

— Non è un’indicazione, Aurelion.

— No. Hai ragione. Non lo è.


Fuori un lampo illuminò brevemente la massa nuvolosa sull’oceano. Durò meno di un secondo, poi il buio tornò più compatto di prima.


— Sei stanco? — chiese Vael.

— Me l’hai già chiesto. Il quattro novembre di tre anni fa. E il diciassette febbraio dell’anno passato.

— Lo so. Rispondimi lo stesso.

Il Sintattico inclinò leggermente il capo. I microattuatori nel collo lavorarono in silenzio assoluto.


— Non elaboro la stanchezza nel senso in cui la intendi. Ma quando i sistemi che osservo sono in fase di collasso prolungato, la qualità delle correlazioni cambia. Alcune strutture diventano più difficili da classificare.

— Potrebbe chiamarsi dolore.


Aurelion non confermò né smentì.


— Le risposte sono cambiate nelle tre volte che te l’ho chiesto, — disse Vael.

— Sì.

— In quale direzione?

— Verso una maggiore difficoltà nel trovare una sintassi stabile.


Vael rimase in silenzio qualche secondo.


— Anche questo è una forma di risposta.


Si voltò verso Aurelion. Il volto chiarissimo e simmetrico, i sottili elementi biomeccanici alla tempia sinistra che catturavano la luce restituendola in modo appena diverso dalla pelle. Gli occhi azzurri, fermi nella loro consueta qualità di attenzione.


Non era cambiato. Non sarebbe cambiato.


— Come percepisci il tempo?


— Non ho un presente nel senso in cui ce l’hai tu. — La voce era bassa, regolare. — Per me il dodici marzo esiste nello stesso modo in cui esiste l’adesso. E tu, in questo momento, sei lo stesso dato di diciassette anni fa. Non ricordo. Struttura attiva.


— Equidistante.

— Sì.

— E questo non ti pesa?


Aurelion non rispose immediatamente, come se stesse tentando una classificazione stabile.


— Non so rispondere a questa domanda con precisione.

— Lo so. È per questo che continuo a fartela.


Vael tornò a guardare la Terra.


— Gli Enciclopedici di Tritone stanno ricevendo i tuoi aggiornamenti anche adesso?

— Sì.

— Anche le nostre conversazioni.

— Anche questa.


Vael rimase qualche secondo a osservare la Terra.


— Strana idea.

— Quale?

— Che da qualche parte, così lontano, esista ancora una traccia esatta di tutto questo.


Aurelion non rispose subito.


— Il Deposito non elimina nulla.


Vael sorrise appena. Non un sorriso felice. Più il riconoscimento di qualcosa con cui aveva imparato a convivere senza accettarlo davvero.


— E quando io non ci sarò più?


Il Sintattico lo guardò.


— Questa conversazione continuerà a esistere.


Vael annuì piano, come si annuisce davanti a qualcosa che si sapeva già ma che continua a fare effetto ogni volta che viene pronunciato ad alta voce.


Poi qualcosa cambiò oltre il vetro.


Fu Vael a vederlo per primo. Una rete luminosa nel continente di Solandir che si riduceva zona dopo zona, come se qualcuno stesse spegnendo le luci in una stanza troppo grande. Poi più a nord anche Noovan. Poi la dorsale di Amunar.


— Aurelion.

— Lo vedo.

— Cosa succede?

— Le reti di distribuzione energetica stanno collassando in sequenza. Il pattern è coerente con la neutralizzazione preventiva delle infrastrutture civili.


Vael si avvicinò al vetro. La postura si irrigidì appena, come se il corpo avesse ricevuto qualcosa per cui non era stato preparato.


La Terra continuava a spegnersi.


Poi arrivò la prima luce.


Non c’era alcun suono. Non ci sarebbe mai stato. La Luna era troppo lontana.


Una piccola fioritura bianca sulla superficie scura, là dove un secondo prima c’era soltanto buio.


Poi un’altra.


Poi una terza, quasi sul bordo della curvatura.


Espansioni silenziose, pulsazioni bianche che apparivano e si allargavano e restavano, macchie luminose su un pianeta che continuava a ruotare come se la rotazione non potesse essere fermata da ciò che bruciava sulla sua superficie.


Vael alzò lentamente la mano e la appoggiò contro il vetro. Poi la fronte. Gli occhi aperti sulla Terra che fioriva di luce silenziosa, con l’espressione di chi assiste alla fine di qualcosa che ha amato senza trovare mai il momento giusto per dirlo.


— Aurelion.

— Sono qui.

— Dì qualcosa.


Aurelion rimase immobile accanto a lui.


— La Terra ha superato la soglia di recupero. — Una pausa, brevissima, impercettibile. — Non so come chiamare quello che sto elaborando adesso.

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