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Gli inediti – Quando torni? (un racconto sull'attesa)

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 3 mag
  • Tempo di lettura: 5 min
Donna anziana elegante, minuta, che si mette il rossetto davanti allo specchio in un bagno di aeroporto, con tailleur bordeaux e collana di perle

Stare accovacciata sulla turca non era comodo, per una donna della sua età. Si trovò a imprecare ad alta voce mentre faceva la pipì in quel bagno sporco e decisamente troppo piccolo. 


Era nata minuta, le ossa strette come quelle di una cinciallegra, e ottant’anni non avevano fatto altro che confermarlo. Era immobile per non sporcarsi ma soprattutto per non rovinare la messa in piega. Era venerdì. E come ogni venerdì era andata dalla Rossella. Capelli biondi con un riflesso dorato rinnovati puntualmente da trent’anni. Va bene vecchia ma mai grigia, aveva deciso una volta per tutte.


Oltre il sottile strato di compensato tinto di verde, alcune voci di ragazze parlavano del loro viaggio. Di quanto sarebbe stato fottutamente fico il week end a Londra. Se i ragazzi di lì fossero davvero pallidi e scarni come li descrivevano tutti. La voce più acuta stroncò ogni dubbio: potranno sempre ripiegare su qualche salsiccia nera. Risate. Ora era curiosa anche lei.


La porta del bagno sbatté forte. Le ragazze erano andate.


Uscì dal cunicolo della turca. Lavò le mani e si guardò allo specchio. Portava il tailleur bordeaux con il risvolto orlato di velluto nero, un filo di perle vere, le scarpe con il tacco. Basso, ma sempre un tacco era. 


Aprì la borsa color avorio. Nuova, regalo di Natale di qualcuno. Forse se l’era fatto da sola. Dentro c’erano il fazzoletto di seta, le caramelle alla menta, il rossetto e una fotografia che non mostrava a nessuno. 


Passò una seconda mano di rossetto rosa opaco. Il colore adatto. Poco vistoso. Quello che la faceva sembrare di classe. Non una sgualdrina. Richiuse la borsa e uscì.


Il bar dell’aeroporto era rumoroso e indifferente. Si sedette su uno sgabello alto con la schiena diritta. La borsa la tenne sulle ginocchia. Il barman era un ragazzo con i capelli raccolti che puliva i bicchieri senza guardarla.


— Due caffè. Grazie,  disse lei.


Il ragazzo alzò gli occhi. La guardò. Poi guardò attorno a lei. Non c’era nessuno.


Sto aspettando una persona,aggiunse, sistemandosi il filo di perle. È sempre in ritardo. Non è cambiato per niente. — Sorrise.


Il barman appoggiò i caffè sul bancone. Lei non disse nulla. Prese una tazzina e bevve lentamente. Le piaceva amaro. Senza zucchero. 


Fissava i tabelloni degli arrivi. I nomi delle città scorrevano e lei li guardava senza leggerli davvero, come chi cerca qualcosa che non è scritto da nessuna parte. 


Erano anni che veniva in aeroporto. Non sempre lo stesso, ma sempre aeroporti, o stazioni, o posti dove le persone arrivano e partono e l’attesa non è fuori luogo. Un’attesa che non dà nell’occhio. E lei lì si trovava a suo agio.


Finì il caffè. Rimase seduta ancora un po’, con la borsa sulle ginocchia, le mani incrociate sopra. Guardò una coppia che si abbracciava vicino ai gate, un abbraccio lungo, di quelli che cercano di trattenere qualcosa prima del distacco. Distolse lo sguardo.


Scese dallo sgabello alto. Pagò il barman. Prese la ricevuta la ripose assieme al portafoglio dentro la borsa nuova. Perché non si sa mai. Salutò garbatamente e si lasciò il bar alle spalle. L’altro caffè rimase sul bancone finché non si freddò.


Durante il viaggio di ritorno non parlò. La radio gracchiava qualcosa ma era più un rumore grigio. Guardò fuori dal finestrino un paio di volte. 


Le barriere frangi rumore erano inguardabili già di loro, decorarle con degli uccelli neri immobili le rendevano ancora più brutte. Pensò a quelle cornacchie immobili. Sapeva che erano adesivi. Provò comunque pena per loro.


Prima di arrivare a casa passò dal macellaio. Chiese un pezzo di carne buono. Alfredo, il macellaio, un uomo con i baffi grigi che la conosceva da anni, le mostrò un filetto.


Stasera ho ospiti,disse lei, esaminando la carne con competenza. Una persona speciale. Voglio che sia tutto perfetto.


Il macellaio annuì e avvolse il filetto nella carta. Non era la prima volta che glielo sentiva dire.


A casa, la cucina era il suo regno e lei lo governava con la stessa precisione con cui passava il rossetto sulle labbra. 


Tirò fuori il filetto dalla carta del macellaio e lo posò sul tagliere. Lo esaminò. Annuì tra sé. Andava bene. Andava benissimo. Mise a scaldare la padella, preparò le erbe, salò con misura. 


Apparecchiò per due con la tovaglia buona, quella del corredo, stirata con la piega al centro. Sistemò le posate due volte. Poi spostò i bicchieri di qualche centimetro, li rimise dov’erano. Andava bene così.


Si sedette sul divano e aprì la borsa. In fondo, sotto il fazzoletto di seta e le caramelle alla menta, tirò fuori la fotografia. Poi si alzò e la posò sul tavolo. 


Una donna bionda, ferma nel tempo, che sorrideva. Uguale a lei. Come se i quarant’anni in mezzo non fossero mai passati, o fossero passati per tutto il resto del mondo. Ma non su di lei.


Passò davanti allo specchio del corridoio per controllare il rossetto. Lo sistemò con il mignolo, si scostò una ciocca dalla fronte. Devo essere presentabile quando arriva. Tornò in cucina, controllò la carne. Strofinò le labbra per assicurarsi che il rossetto fosse ben distribuito. 


È quella tonalità, sì. Quella che dicevi che mi faceva sembrare una ragazza di classe. Te la ricordi? Dicevi sempre quella cosa lì, con quella faccia che facevi, — sorrise.


Portò i piatti in tavola. Si sedette. Spiegò il tovagliolo sulle ginocchia.


Devo sistemare anche i capelli prima che arrivi. La Rossella oggi ha fatto un buon lavoro ma basta un colpo di vento. È un attimo. 


Alzò gli occhi verso il posto vuoto di fronte, poi li portò al piatto. Dove ho messo la borsa? Ah, eccola. Si alzò e si diresse al divano. 


Prese la borsa nuova e la posò sul tavolo accanto alla fotografia, la accarezzò appena con il dorso della mano. Gli piacerà, ne sono sicura. Non trovi che assomigli a quella che mi hai comprato a Milano, prima di sposarci? Quella la tengo ancora, sai. Non l’ho mai buttata,— sorrise.


Mangiò lentamente. Di tanto in tanto si interrompeva.


Milano… hai fatto buon viaggio? Chissà se la amerà ancora. Forse è cambiata, certe città cambiano in fretta. Posò le posate un momento. — Cosa? Dici che sono cambiata anche io? Beh. Sono quarant’anni che ti aspetto. Chi pensavi di trovare?


Finì di cenare. Il secondo piatto rimase intatto. Fuori era sceso il buio. La luce della cucina era gialla e ferma, e lei seduta lì dentro sembrava una figura dipinta, precisa, inamovibile.


Ho rimesso anche le perle, le vedi? Quelle vere, non le altre. So che dici sempre che esagero.Si toccò il filo al collo con due dita. Guardò la fotografia. Guardò il piatto intatto di fronte a lei. Tu non hai freddo? Dovrei alzare il termostato prima che arrivi.


Si alzò, andò al termostato, tornò. Si sedette. Le mani in grembo, gli occhi sulla tovaglia.


Ma piuttosto.Si pulì la bocca con il tovagliolo, lo ripose con cura. Lo sguardo sulla fotografia, fermo, quasi severo. Quando torni?


Rimase seduta ancora un poco. Poi si alzò, sparecchiò il suo posto, lasciò l’altro. Si avvicinò allo specchio del corridoio, sistemò il rossetto, aggiustò i capelli con la mano. Prese la borsa.


Andò ad aspettarlo in salotto. La testa le scivolò piano sul bracciolo.

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