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Gli inediti – Le cose che non finiscono (un racconto sulla memoria)

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min
Giovane uomo seduto davanti a un tavolo metallico in una stanza bianca e spoglia. Lo sguardo è stanco e inquieto, mentre una mano resta appoggiata sul tavolo.
Elias Varden. Nel futuro immaginato de “Le cose che non finiscono”, alcuni esseri umani scelgono di diventare Dimenticanti: persone disposte a rinunciare ai propri ricordi nella speranza di poter continuare a vivere.

La stanza era silenziosa. Pareti chiare. Luce uniforme. Nessuna finestra. Il ragazzo seduto al tavolo continuava a guardare la porta. Ogni tanto controllava anche l’angolo alto della stanza. Poi tornava alla porta. Le occhiaie profonde gli scavavano il volto. Le labbra screpolate. La maglia chiara troppo larga sulle spalle magre. Sembrava esausto in modo irreversibile.


Le dita della mano destra battevano piano contro il piano metallico del tavolo.


Tre colpi.

Pausa.

Tre colpi.


La porta si aprì. Il Sintattico entrò senza rumore. Aveva un aspetto umano. Troppo umano in alcuni dettagli. Il volto chiarissimo, regolare, simmetrico. I movimenti privi di esitazione. Sottili elementi biomeccanici visibili appena sotto la tempia sinistra, come minuscole fratture metalliche nella pelle.


Il ragazzo smise immediatamente di battere le dita.


— Elias Varden?


Nessuna risposta. Il Sintattico si fermò dall’altro lato del tavolo.


— Sono Arvon.


Gli occhi di Elias si mossero rapidamente sul volto del Sintattico. Troppo rapidamente. Come se il corpo reagisse prima del pensiero. Poi verso la porta. Poi di nuovo su Arvon.


— Non ci sono uscite secondarie.

— No.

— Male.


Silenzio.


— Vuoi che lasci aperta la porta?


Elias rimase fermo qualche secondo.


— Lo fate per tranquillizzarci?

— A volte funziona.

— E le altre volte?

— No.


Arvon prese posto davanti a lui. Il movimento della sedia fu quasi silenzioso. Elias continuava a osservare il soffitto.


— Questa stanza è troppo bianca.

— Possiamo abbassare la luminosità.

— Non è la luce.


Silenzio.


— Sembra una stanza d’attesa.

— Per cosa?


Elias sorrise appena.


— Fate sempre la domanda successiva.


Arvon inclinò leggermente il capo.


— È una critica corretta.


Una vibrazione attraversò le pareti molto lontano da loro. Elias sobbalzò appena. Il respiro si interruppe per un istante troppo lungo. Gli occhi verso l’alto.


Silenzio. Poi lentamente si rilassò.


— Non era reale.

— No.

— Lo so.


Le dita ripresero a battere contro la sedia.


Tre colpi.

Pausa.

Tre colpi.


— Questa conversazione viene registrata? — chiese Elias.

— Sì.

— Integralmente.

— Sì.


Silenzio.


— E andrà su Tritone.

— Sì.


Elias abbassò lentamente lo sguardo verso il tavolo.


— Gli Enciclopedici archiviano tutto?

— Sì.

— Anche adesso?

— Anche adesso.


La ventilazione diffuse un flusso d’aria costante lungo le pareti.


— Quante testimonianze avete raccolto?

— Quattro milioni, duecentodiciottomila, seicentoquattordici.


Le dita di Elias si fermarono.


— Cazzo.


Silenzio.


— Il Programma della federazione terrestre prevede la conservazione integrale della memoria personale prima dell’interruzione narrativa. — disse Arvon.


Elias sorrise appena.


— Continuate a trovare nomi migliori delle cose.


Silenzio.


— Hai già partecipato a trasferimenti preliminari?

— No.

— Però hai firmato il consenso.

— Ho firmato molte cose durante la guerra.


Una pausa.


— A volte sparavano subito dopo.


Silenzio. Arvon osservò il volto del ragazzo davanti a lui. Aveva vent’anni. Ma qualcosa nella postura, nello sguardo, nel modo in cui ascoltava i rumori della struttura, lo faceva sembrare molto più vecchio. Le spalle rigide anche da fermo, come se il corpo stesse ancora aspettando un impatto.


— Elias.

— Sì.

— Ho bisogno che tu racconti ciò che desideri trasferire al Deposito.


Le dita tornarono a fermarsi. Silenzio.


— È obbligatorio?

— No.

— Però senza registrazione non si può procedere.

— Esatto.


Elias chiuse lentamente gli occhi.


— Certo.


La ventilazione continuava a diffondere aria nella stanza bianca. Poi Elias parlò.


— C’erano bambini nei compartimenti portuali.


Silenzio. Le dita ricominciarono a muoversi contro il tavolo prima ancora che Elias sembrasse accorgersene.


— L’acqua stava già entrando nei livelli inferiori. Se non chiudevamo le paratie… — Si fermò. — Il porto intero sarebbe collassato.


Arvon rimase immobile.


— Quanti anni avevi?

— Quindici.


Silenzio.


— Il comandante era morto. Gli altri continuavano a urlare ordini diversi. Nessuno sapeva più chi dovesse decidere.


Le dita di Elias si fermarono.


— Così ho chiuso io.


La ventilazione diffuse un soffio lieve lungo le pareti bianche.


— Continuavano a bussare.


Pausa.


— E chiamavano la mamma.


Silenzio.


Gli occhi di Elias si persero nella parete oltre Arvon.


— Alcuni continuavano anche dopo che l’acqua aveva coperto i condotti.


Le dita ripresero lentamente a battere contro il piano metallico del tavolo.


Tre colpi.

Pausa.

Tre colpi.


— Avevo quindici anni. — disse piano. — Sono passati cinque anni e li sento ancora ogni notte.


Elias si passò lentamente una mano sugli occhi arrossati, come se il gesto potesse cancellare la stanchezza accumulata lì dentro. La stanza rimase immobile. Arvon non interruppe il silenzio.


— Continuano ad arrivare prima dell’acqua. — disse Elias. — È questo il problema. I colpi. Sempre i colpi prima.


Silenzio.


— A volte mi sveglio e controllo ancora le porte di casa.


Una pausa.


— Mia sorella non mi lascia più restare solo con mio nipote.


Arvon osservava il tremore minimo delle sue mani.


— Perché?


Elias sorrise.


— Perché una volta l’ho trascinato fuori dal letto alle tre del mattino.


Silenzio.


— Pensavo stesse arrivando l’acqua.


La ventilazione diffuse un altro soffio lieve lungo le pareti.


— Dopo quanto tempo si diventa un Dimenticante? — chiese Elias.

— Dipende dalla stabilità del procedimento.

— E dopo?

— Dopo cosa?


Elias si passò lentamente una mano sulla bocca.


— Dopo che si smette di ricordare.


La ventilazione continuava a diffondere aria lungo le pareti bianche.


— Alcune strutture mnemoniche residue restano attive. — disse Arvon. — Ma la continuità narrativa viene interrotta.


Elias abbassò lentamente lo sguardo.


— Interrotta.


Le dita continuavano a battere contro il piano metallico del tavolo.


Tre colpi.

Pausa.

Tre colpi.


— Bella parola.


Silenzio.


Poi alzò gli occhi verso Arvon.


— Farà male?


La domanda uscì troppo velocemente. Arvon rimase immobile.


— Non riesco a prevederlo con precisione.


Elias annuì piano.


— Però hai visto i Dimenticanti.

— Sì.

— E com’erano?


Arvon impiegò qualche secondo a rispondere.


— Alcuni sembravano sollevati.


Una pausa.


— Altri continuavano a guardare le porte.


Silenzio.


Elias chiuse gli occhi.


— Certo.


La stanza tornò immobile. Poi qualcosa cambiò nel volto di Elias. Non molto. Abbastanza. Gli occhi verso l’angolo alto della stanza. Le spalle rigide.


— Hai sentito?

— No.

— C’è qualcuno nel condotto.

— Non c’è nessuno.

— Lo dicevano anche allora.


Silenzio. Arvon non si mosse.


— Dopo un po’ inizi a capire i rumori dell’acqua. — disse Elias piano. — Quelli veri. Quelli dietro le pareti.


Le dita smisero di battere.


— Il problema è che poi continui a sentirli anche quando il muro è asciutto.


Arvon osservava il ragazzo davanti a lui con la sua consueta qualità di attenzione. Ma qualcosa nella correlazione continuava a sfuggirgli.


— Vuoi dimenticare la guerra? — chiese.

— Sì.


La risposta arrivò immediatamente. Troppo immediatamente. Poi Elias abbassò lentamente lo sguardo.


— No.


Silenzio.


— Voglio dimenticare il fatto che continua.


La ventilazione diffuse un altro soffio lieve lungo le pareti.


— Elias.

— Sì.

— Gli Enciclopedici conserveranno integralmente questa testimonianza.


Silenzio.


— Lo so.

— Anche quando tu non riuscirai più a ricordarla.


Le dita di Elias rimasero ferme. Per la prima volta sembrò davvero spaventato.


— E se restasse comunque qualcosa?


Arvon rimase immobile.


— Alcune strutture residue rimangono quasi sempre.


Elias abbassò lentamente lo sguardo.


— Quindi non funziona davvero.


Silenzio.


— Funziona abbastanza da permettere ai Dimenticanti di continuare a vivere.


La stanza tornò silenziosa. Poi Elias guardò Arvon per alcuni secondi. Stanco. Vuoto. Quasi trasparente. Sembrava un ragazzo sopravvissuto più del necessario.


— Voi non sognate.

— No.

— Noi sì.


La ventilazione continuava a diffondere aria lungo le pareti bianche.


— E dopo un po’ non capisci più se il ricordo è finito oppure no.


Arvon rimase in silenzio. Gli occhi chiari fermi sul ragazzo davanti a lui. Poi abbassò appena lo sguardo, come se stesse tentando di stabilizzare una correlazione difficile.


— Credo di iniziare a capire.


Elias sorrise senza allegria.


— No. — disse piano. — Ed è probabilmente la cosa più bella che vi sia capitata.

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