Gli inediti - La scuola di Colin (un racconto distopico)
- Nicola Vazzoler
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 11 min
Aggiornamento: 5 ore fa
Qualche tempo fa ho ricevuto una busta da un’amica. Dentro c’era un racconto distopico che avevo scritto più di vent’anni fa e che le avevo regalato. Non lo ricordavo. Un tuffo al cuore. L’ho riletto e ho provato a sistemarlo. Questo è il risultato.

"L'uomo è la misura di tutte le cose" — Protagora
(Estratto dall'Archivio Magnificatore, voce: FILOSOFIA ANTICA — dossier n. 00317-∆, consultazione: 12.087.441 volte. Ultima consultazione umana autonoma: non registrata).
Mattino
Gli android non sentivano. L’uomo nemmeno.
Nessuno si era mai accorto della differenza.
Non era sempre stato così. Lo dicevano i dati del Magnificatore, almeno, quei dati che nessuno leggeva più, sepolti in cartelle senza nome come fossero immondizia digitale. Lo dicevano i romanzi, le poesie, i diari che l'uomo aveva scritto per millenni prima di smettere di scrivere del tutto. Ma chi avrebbe oggi letto un diario? Chi avrebbe saputo cosa farsene?
Colin lo ignorava. Colin ignorava quasi tutto di ciò che era stato.
Quella mattina si era svegliato alla stessa ora di sempre, 6:14:00, perché il modulo Hygeia-7 aveva rilevato che il suo ciclo REM era terminato e aveva regolato la temperatura del materasso, la luminosità della stanza e il livello di ossigeno nell'aria fino a portarlo alla veglia nel modo più indolore possibile. Colin non aveva mai pensato di potersi svegliare diversamente. Non aveva mai pensato di potersi svegliare male.
Si era alzato. Aveva infilato i vestiti che il guardaroba automatico aveva selezionato per lui: grigi, come sempre, perché il guardaroba sapeva che il grigio non disturbava la concentrazione durante le sessioni di apprendimento. Aveva mangiato quello che la cucina aveva preparato: una barretta proteica, un succo di frutta sintetico, acqua microfiltrata a diciassette gradi. Aveva guardato il muro mentre mangiava, senza vederlo.
Fuori, la città si stava svegliando con la stessa meccanica precisione. I livelli superiori dei palazzi captavano la luce solare e la distribuivano verso il basso attraverso condotti di fibra ottica, così che anche i piani interrati ricevessero la loro razione di alba artificiale. I trasporti automatici scorrevano sui binari magnetici in silenzio. I pedoni camminavano in file ordinate, accompagnati dai propri android personali, fissando il vuoto con quella particolare espressione che non era né serenità né tristezza ma qualcosa di più vuoto di entrambe.
Colin era uno di loro. Si avviava verso l'edificio scolastico numero 7-Gamma senza pensarci, come ci si avviava ogni mattina da quando aveva memoria.
La scuola
L'aula era una sala bianca e perfettamente silenziosa, lunga quaranta metri, piena di banchi digitali disposti in file di dodici. Ogni banco era un piano di vetro scuro che si illuminava al contatto, proiettando dati direttamente nella retina attraverso un sottile strato di gel ottico. Non servivano occhiali, non servivano auricolari. Il sistema era integrato, preciso, invisibile come l'aria che si respira.
In piedi davanti ai ragazzi c'era un android di modello Didattico-9, il più recente disponibile. Era alto, snello, con un volto che i progettisti meccanici avevano reso deliberatamente neutro: non brutto, non bello, semplicemente privo di qualsiasi caratteristica che potesse distrarre. La sua voce era calibrata su frequenze che stimolavano l'attenzione e riducevano la resistenza cognitiva. Parlava in modo uniforme, senza pause emotivamente significative, senza inflessioni che potessero veicolare qualcosa di diverso dal contenuto.
Intorno a Colin, novantasei ragazzi ascoltavano con i bulbi oculari che si muovevano regolarmente da sinistra a destra, seguendo il testo che scorreva sulla superficie dei loro banchi. Avevano tutti tra i quattordici e i sedici anni. Avevano tutti la stessa postura leggermente inclinata in avanti, le spalle rilassate, le mani piatte sul piano. Sembravano statue di cera che qualcuno avesse deciso di mettere a sedere.
Nessuno di loro sapeva perché si trovava lì a studiare Poliziano.
L'android parlava.
— Il poeta finge che Julo preferisca la caccia all'amore, ma nella seconda strofa la dea Venere interviene e gli fa intravedere la figura di Simonetta mentre corre nel bosco. La bellezza della donna è descritta attraverso una serie di metafore naturali: capelli come oro, occhi come stelle. Si noti come il motivo della caccia si trasformi in metafora della conquista amorosa, tema ricorrente nella lirica del Quattrocento. Si noti altresì come la parola 'amore' compaia quattordici volte nei primi dodici sonetti. Procedere con l'analisi metrica? Sì o no.
Nessuno disse niente. Nessuno aveva mai detto niente. Le risposte venivano registrate dai sensori neurali integrati nei banchi. Piccoli elettrodi leggevano gli impulsi cognitivi e traducevano automaticamente il consenso o il dissenso senza bisogno di parole. Era più efficiente così.
Colin stava ascoltando. O meglio: il suo cervello stava registrando quello che l'android diceva, come faceva ogni giorno, come avrebbe continuato a fare ogni giorno, come aveva fatto ogni giorno da quando era abbastanza grande da stare seduto su un banco.
E poi una parola lo colpì: “amore”.
Non era la prima volta che la sentiva. Era sicuramente nel suo vocabolario base, inserito durante la fase embrionale insieme a tutte le altre parole. Ma era la prima volta, o almeno così gli sembrava (e già questo era strano, perché le prime volte non esistevano più da secoli) che la parola si fermava dentro di lui invece di scivolare oltre.
— Cos'è l'amore?
Lo disse sottovoce. Un sussurro. Quasi non se ne accorse.
L'android si fermò. Il suo sistema di elaborazione rilevò la domanda, la classificò come input non standard, aprì una ricerca nel Magnificatore. Qualcosa nell'esitazione, tre secondi invece del solito zero-virgola-due, suggeriva che il file era sepolto in profondità, o forse frammentato, o forse semplicemente mai richiesto da così tanto tempo che il sistema impiegava un momento a trovarlo.
Colin aspettò. Non capiva perché stesse aspettando.
— Amore: sostantivo maschile singolare. Affetto intenso. Emozione. Sentimento di profonda tenerezza o devozione verso un'altra persona o entità. Inclinazione forte ed esclusiva. Nelle tradizioni letterarie precedenti al Terzo Riordino, l'amore era considerato il tema centrale della produzione artistica umana. Esempi: Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta, Orfeo ed Euridice. Appartiene alla gamma dei sentimenti storicamente attribuiti alla specie umana. Nota: voce non aggiornata dal ciclo 847. Integrazione completata.
Colin rimase immobile.
Storicamente attribuiti. Come se i sentimenti fossero qualcosa che l'uomo aveva avuto una volta, come i denti del giudizio o la milza, e poi aveva perso per via evolutiva.
L’amore
Colin pensò: non ho mai amato. Il pensiero era semplice. Diretto. Non aveva nessuna delle strutture elaborate che il Magnificatore avrebbe usato per descriverlo. Era solo quello: quattro parole, e dentro quelle quattro parole c'era qualcosa che somigliava a un abisso.
Pensò: dove si impara?
E poi pensò: si impara?
E poi il pensiero successivo non arrivò, perché qualcosa nel suo petto, non nel suo cervello, non nel sistema nervoso che i moduli di salute monitoravano costantemente, ma in quel posto impreciso e non mappato che stava tra lo sterno e la spina dorsale. Qualcosa lì si era stretto, come una mano che stringe un foglio di carta e lo accartoccia lentamente.
Si alzò in piedi.
Nell'aula, novantasei paia di occhi non si mossero. I banchi continuarono a proiettare testo. L'android girò leggermente la testa, registrò l'anomalia, soggetto in piedi, orario non compatibile con pausa autorizzata, e aprì un protocollo di gestione comportamentale.
— Colin Maret, unità 7-Gamma-14. Si prega di tornare alla posizione seduta. La sessione proseguirà tra…
Colin non lo ascoltò.
Si guardò intorno, e per la prima volta, di nuovo quella parola che non doveva esistere, vide davvero l'aula. Non la registrò come dato ambientale. La vide. Vide i suoi compagni con i loro occhi che si muovevano da sinistra a destra, da sinistra a destra, come macchine che leggono un codice. Vide le loro spalle perfettamente rilassate. Vide le loro mani piatte sui banchi, senza tensione, senza calore, senza niente. Erano belli, in un certo senso. Erano funzionali. Erano esattamente quello che dovevano essere.
E lui in quel momento li odiò con una forza che non sapeva di avere, e quell'odio era così vivido, così bruciante e reale, che per un istante non riuscì a respirare.
Poi corse.
Il fuori
Il corridoio era lungo e bianco come l'aula, illuminato da pannelli a luce neutra che non proiettavano ombre. I led sul soffitto lo seguirono mentre correva, accendendosi e spegnendosi a cascata come un'onda di luce che inseguiva un'onda di buio. Lo seguivano sempre, per sicurezza, per monitoraggio, per assistenza.
Uscì dall'edificio.
Il sole era lì, che nuotava nel blu di un cielo che non aveva chiesto di essere bello. Colin si fermò sul marciapiede e lo guardò, e fu la cosa più strana che avesse mai fatto, perché non si guardava il cielo, non aveva senso guardare il cielo, non c'era nessun dato utile nel cielo.
Intorno a lui la città scorreva.
Le persone camminavano accompagnate dai propri android personali, che regolavano il passo, suggerivano i percorsi, segnalavano ostacoli e variazioni meteorologiche. Camminavano guardando avanti, verso destinazioni che erano state scelte per loro, lungo percorsi che erano stati ottimizzati per loro, a velocità che erano state calcolate per loro. Arrivavano sempre. Non si perdevano mai.
Non si perdevano mai.
Colin si rese conto che non si era mai perso in vita sua. Nemmeno una volta. Nemmeno per un secondo.
La cosa gli sembrò, improvvisamente, orribile.
Sentì qualcosa muoversi dentro di lui. Qualcosa di caldo e instabile, come una sostanza che stesse cercando di cambiare stato. Il modulo Salus-3, il suo android personale di sorveglianza sanitaria, rilevò immediatamente le variazioni: aumento della frequenza cardiaca, incremento di adrenalina e cortisolo, dilatazione delle pupille, tensione muscolare anomala.
— Colin Maret, si rilevano parametri fisiologici atipici. Probabile stato di stress acuto. Si consiglia di tornare in ambiente controllato. Verrà somministrata una dose lieve di…
— No.
Disse no. Non aveva mai detto no. Non a Salus-3, non a nessun android. Non aveva motivo di farlo, di solito. Gli android avevano sempre ragione.
Salus-3 elaborò il rifiuto per 0,4 secondi, che erano un'eternità per un sistema del suo livello, e poi aprì un protocollo alternativo.
— Compreso. Il parametro “rifiuto assistenza” è stato registrato. Attivazione protocollo osservazione passiva. Sarò presente ma non interverrò a meno di emergenza classificata.
Colin lo ignorò e camminò. Senza direzione. Senza destinazione. Senza nessun calcolo.
Era la cosa più difficile che avesse mai fatto.
Le lacrime
Si fermò davanti a una fontana decorativa. Un oggetto non funzionale, uno di quei residui architettonici che nessuno aveva mai rimosso perché i parametri estetici urbani prevedevano una percentuale minima di elementi non utilitaristici. L'acqua scorreva su tre gradoni di pietra sintetica e si raccoglieva in una vasca che nessuno usava per niente.
Colin guardò l'acqua.
Pensò a Paolo e Francesca, di cui sapeva tutto e forse niente: struttura metrica, contesto storico, posizione nel V canto dell'Inferno, influenza sulla letteratura successiva. Non sapeva niente di come ci si sentiva a essere Paolo. Non sapeva niente di come ci si sentiva a essere Francesca. Non sapeva niente di come ci si sentiva ad amare qualcuno al punto da perdersi con lui per sempre.
Pensò a Simonetta Cattaneo, di cui Poliziano aveva scritto versi tanto belli che il Magnificatore li conservava in una cartella speciale con etichetta “PATRIMONIO CULTURALE — MASSIMA PRIORITÀ”. Nessuno li leggeva. Erano lì, perfettamente conservati, perfettamente inutili.
Pensò: io sono come il Magnificatore. Conservo tutto. Non sento niente.
E allora qualcosa cedette.
Non capì subito cosa stesse succedendo. Sentì i suoi occhi, che Salus-3 monitorava costantemente insieme al resto, cominciare a produrre una sostanza liquida che non era lacrimazione da corpo estraneo, non era reazione allergica, non era nessuna delle categorie che il modulo conosceva. Era qualcosa di diverso. Era qualcosa di antico.
Una lacrima gli solcò il viso. Poi un'altra.
— Colin Maret. Si rileva produzione lacrimale non correlata a stimolo fisico identificabile. Anomalia classificata. Ricerca in corso...
— Aiutatemi... sto soffrendo.
Disse le parole senza pensarci, perché le parole erano venute da sole, da quel posto senza nome tra lo sterno e la spina dorsale. Salus-3 cercò nel Magnificatore per 1,2 secondi.
— Soffrire: soluzione sconosciuta.
Colin rise. Non aveva mai riso prima. O almeno non così, non in quel modo storto e spezzato che non assomigliava alla risata standard che il Magnificatore classificava come espressione di umorismo. Rise e pianse insieme, lì davanti alla fontana inutile, e le persone che passavano lo guardavano con i loro occhi persi senza capire cosa stessero guardando, e i loro android registravano l'anomalia e la archiviavano e il mondo continuava a scorrere perfettamente, impermeabile.
Si accasciò sui gradini della fontana. L'acqua continuava a scorrere alle sue spalle.
Nella sua mente risuonavano centinaia di domande, ma sotto a tutte c'era un impulso solo, semplice e assoluto come una legge fisica: voglio amare. Voglio essere libero. Voglio perdermi almeno una volta.
E poi, subito dopo: è possibile?
E poi: qualcuno lo sa ancora fare?
E poi: c'è qualcuno che stia piangendo in questo momento come sto piangendo io?
Guardò la città. Guardò le file ordinate di persone con i loro android. Guardò i palazzi con i loro condotti di luce artificiale. Guardò il cielo azzurro e perfetto sopra a tutto.
No. C'era solo lui.
In aula
Non passò molto tempo prima che arrivassero. Due android di modello Regolazione Comportamentale si avvicinarono con passo calibrato e si fermarono a un metro da lui, a distanza non minacciosa ma inequivocabilmente presente.
— Colin Maret, unità 7-Gamma-14. È stato registrato un episodio di abbandono non autorizzato della sessione educativa e comportamento aberrante nello spazio pubblico. Secondo il protocollo 14-Delta del Codice di Benessere Collettivo, le viene offerta assistenza. Vuole procedere con il modulo di ricalibrazione?
Ricalibrazione. La parola era pulita, tecnica, neutra. Non diceva niente di sbagliato. Non diceva: cancelliamo quello che è successo. Non diceva: ti rimettiamo a posto come si rimette a posto un ingranaggio. Diceva solo: ricalibrazione. Come se lui fosse uno strumento che aveva perso la messa a fuoco. Forse lo era.
Colin guardò i due android. Poi guardò le sue mani, ancora umide di lacrime che si stavano già asciugando. Poi guardò di nuovo la città, le sue file ordinate, la sua luce distribuita equamente, i suoi percorsi ottimizzati.
Pensò: forse sono io quello sbagliato.
Pensò: forse è un errore di programmazione.
Pensò: forse è meglio se dimentico.
E quella fu la cosa più terribile di tutte: che il pensiero aveva senso. Aveva una sua logica fredda e implacabile, come tutto in quel mondo, come tutto da generazioni su generazioni. Era più facile. Era più sicuro. Era più corretto, da qualsiasi angolazione lo si guardasse. Il dolore che sentiva era inutile. Lo stesso Magnificatore non sapeva cosa farsene. Le lacrime erano un'anomalia fisiologica senza soluzione. L'amore era una voce non aggiornata dal ciclo 847.
Non c'era nessun posto dove andare con quello che stava sentendo.
Non c'era nessuno con cui condividerlo.
Era solo lui, e l'acqua che scorreva sulla pietra sintetica, e la città che continuava a funzionare perfettamente senza di lui.
— Sì! — Disse Colin. — Procedete.
La cosa non durò quasi niente. Un lieve ronzio. Un calore appena percettibile alla base del cranio, dove il modulo di interfaccia neurologica si interfacciava con il sistema limbico. Una sensazione di morbidezza, come sprofondare in qualcosa di soffice e senza forma.
E poi niente.
Colin si rialzò. I due android di Regolazione Comportamentale si fecero da parte. Salus-3 tornò in modalità standard. I parametri fisiologici erano perfetti: frequenza cardiaca 68, cortisolo nella norma, pupille reattive, espressione neutra.
Camminò verso la scuola.
Non sapeva perché si trovasse fuori. Annotò mentalmente che probabilmente aveva avuto un momento di distrazione. Succedeva, raramente, ma succedeva. La cosa però era stata gestita correttamente. Non gli rimase nessun retrogusto. Nessuna traccia.
Solo, per qualche secondo, mentre percorreva il corridoio bianco verso la sua aula, sentì qualcosa di vago e indefinito, qualcosa che assomigliava alla sagoma di una parola che aveva dimenticato. Come quando si cerca un nome sulla punta della lingua e il nome non arriva. Come quando si sogna qualcosa e al mattino resta solo il sapore, senza immagini.
Poi anche quello svanì.
Al banco
Si sedette al suo posto. Il banco si illuminò al contatto. L'android Didattico-9 stava ancora parlando di Poliziano, come se non fosse successo niente, come se non fosse successo mai niente in quell'aula, come se quell'aula esistesse fuori dal tempo in uno spazio dove le cose accadevano e poi venivano cancellate.
— Si noti come il motivo della caccia si trasformi in metafora della conquista amorosa…
Colin consultò il monitor. La superficie del banco proiettava un menu di opere disponibili per lo studio autonomo. Titoli a caso tra migliaia. La scelta era sterminata, persino desolante.
Scorse l'elenco con i suoi occhi. Occhi precisi, reattivi, perfettamente calibrati.
“L'infanzia di Ivan”, K24 diesis.
“Il piccolo principe”, QB15V2.
“Decameron”, 72% AC.
Inviò al Magnificatore la richiesta di accesso a tutte le opere di Virgilio.
Non sapeva perché avesse scelto Virgilio. Non sapeva perché Virgilio gli sembrasse diverso dalle altre voci nell'elenco, come se la parola “Virgilio” avesse una risonanza che le altre non avevano. Come se fosse passata da qualche parte prima di arrivare a lui.
Il Magnificatore caricò i file. Colin cominciò a leggere. Le parole scorrevano sul vetro del banco, precise e belle e senza peso.
Accanto a lui, novantasei ragazzi leggevano altre parole. L'android parlava. I led sul soffitto brillavano con la loro luce neutra. Fuori, la città continuava a funzionare.
Tutto era perfettamente al suo posto.
Tutto era esattamente come doveva essere.
Il sogno
Quella notte, mentre il modulo Hygeia-7 abbassava la temperatura del materasso e calibrava l'ossigeno per indurre il sonno, Colin ebbe un sogno.
Nel sogno stava piangendo davanti a una fontana, e l'acqua continuava a scorrere, e lui non riusciva a smettere.
Al mattino non si ricordava nulla. Il modulo Hygeia-7 annotò tuttavia, nel suo registro interno, che la produzione lacrimale notturna era avvenuta e che i parametri al risveglio erano nella norma. Un fenomeno raro, classificato come residuo onirico emotivo.
L'annotazione fu archiviata.
Nessuno l’avrebbe mai letta.


Commenti