
Radar #03 — Stare dentro le cose
Ci sono architetture che si spiegano molto bene con una fotografia. Altre cominciano a esistere davvero soltanto quando ci si entra, quando cambia la luce, quando si attraversa un giardino o quando un edificio obbliga a rallentare e a capire dove andare.
Negli ultimi giorni sono arrivate alcune notizie che sembrano parlare proprio di questo. A Weil am Rhein una grande retrospettiva riscopre l’opera di Geoffrey Bawa attraverso i sensi. A Riehen Peter Zumthor aggiunge tre edifici alla Fondation Beyeler senza trasformare il museo in un unico grande oggetto. A Bruxelles centinaia di amministrazioni locali discutono di transizione climatica partendo dalle persone che abitano le città. A Roma, intanto, acqua e territorio tornano a essere considerati insieme, non come due sistemi separati.
Sono notizie molto diverse, ma tutte sembrano suggerire che progettare significhi meno imporre una forma e più costruire le condizioni perché qualcosa possa accadere.
Un’architettura che si sente
Il 26 settembre il Vitra Design Museum ha aperto Geoffrey Bawa: Architecture for the Senses, la prima grande retrospettiva dedicata all’architetto dello Sri Lanka da circa vent’anni. Riunisce oltre 250 tra disegni, modelli, mobili, fotografie e film e prova a restituire un aspetto del suo lavoro particolarmente difficile da mettere in mostra: l’esperienza dello spazio.
Bawa ha lavorato per oltre cinquant’anni costruendo case, alberghi, scuole, fabbriche, università e il Parlamento dello Sri Lanka. La sua architettura nasce dall’incontro tra modernismo, tradizioni locali, materiali, clima e paesaggio. È proprio questa capacità di lavorare con ciò che esiste, invece di cancellarlo per fare posto all’edificio, che oggi viene riletta come sorprendentemente contemporanea.
Il caso del Kandalama Hotel è forse il più evidente. L’edificio non si limita ad affacciarsi sul paesaggio, ma sembra progressivamente esserne riassorbito. Vegetazione, acqua, ombra e percorsi diventano parte dell’architettura e rendono difficile stabilire con precisione dove finisca una cosa e cominci l’altra.
Mi interessa che una mostra del 2026 torni su un architetto che non aveva bisogno di definire il proprio lavoro “sostenibile” per costruire in relazione con il clima e il luogo. Forse alcune delle risposte che oggi cerchiamo attraverso nuove categorie erano già presenti in un modo diverso di guardare ciò che avevamo intorno.
Un museo fatto di distanze
Lo stesso giorno, il 26 settembre, ha iniziato ad aprire progressivamente al pubblico anche il nuovo complesso della Fondation Beyeler a Riehen, vicino a Basilea. Al museo progettato da Renzo Piano si aggiungono tre nuovi edifici di Peter Zumthor, il Wyss Museum, l’Ammann Pavilion e l’Erlen Torhaus, insieme al recupero di costruzioni storiche e all’ampliamento del parco.
La scelta più interessante è forse proprio quella di non realizzare una semplice estensione del museo esistente. Il nuovo complesso è formato da edifici differenti e da ciò che esiste tra loro. Per passare da uno spazio all’altro bisogna uscire, attraversare il parco, incontrare gli alberi, l’acqua e il cambiamento delle stagioni. Una parte del paesaggio, precedentemente privata, diventa inoltre accessibile al pubblico.
La mostra inaugurale si chiama significativamente Constellations e utilizza contemporaneamente gli edifici di Piano e Zumthor, il parco ampliato e le strutture storiche recuperate. Circa 230 opere vengono quindi distribuite non dentro un contenitore unico, ma all’interno di un sistema di luoghi differenti.
È un’idea di museo che mi piace perché attribuisce valore anche alla distanza tra un’opera e l’altra. Il percorso non è semplicemente ciò che serve per raggiungere la sala successiva. Diventa parte dell’esperienza.
La transizione non abita nei documenti
Oggi, 29 settembre, è iniziata a Bruxelles la Climate Alliance International Conference 2026. La rete riunisce città e comuni europei impegnati nelle politiche climatiche e quest’anno ha scelto come tema Local climate action delivers: Stronger together for Europe. Il programma mette insieme amministratori, tecnici e organizzazioni che lavorano su edifici, mobilità, adattamento, povertà energetica e partecipazione.
Una delle questioni affrontate riguarda proprio il coinvolgimento degli abitanti nei programmi di riduzione dei consumi energetici. Il risparmio non viene trattato soltanto come un problema di prestazioni degli edifici, ma come il risultato di pratiche quotidiane, comunicazione e capacità delle amministrazioni di coinvolgere le persone.
È un passaggio che sembra ovvio, ma non lo è. Possiamo costruire edifici più efficienti, reti più intelligenti e sistemi di monitoraggio sempre più precisi. Alla fine, però, qualcuno dovrà abitare quegli edifici e utilizzare quelle reti.
La città sostenibile non coincide quindi con la somma delle tecnologie sostenibili che contiene. Esiste anche nello spazio, molto meno misurabile, tra una politica pubblica e il modo in cui le persone decidono di farla propria.
L’acqua non comincia dal rubinetto
Sempre in questi giorni, dal 28 al 30 settembre, Roma ospita il Festival dell’Acqua, affiancato dal 29 settembre al 2 ottobre dall’Euro-Mediterranean Water Forum. Il programma mette insieme gestori, istituzioni e ricercatori e si colloca dentro il nuovo quadro europeo sulla resilienza idrica.
Anche qui è interessante osservare come stia cambiando la scala del problema. Per molto tempo l’acqua urbana è stata soprattutto una questione di infrastrutture: captare, trasportare, distribuire, raccogliere e depurare. Tutto necessario, naturalmente. Ma siccità, precipitazioni estreme e cambiamento climatico rendono sempre più difficile pensare alla rete idrica separatamente dal territorio che la alimenta.
L’acqua che esce da un rubinetto ha attraversato un paesaggio prima di attraversare una tubazione. Allo stesso modo, quella che cade su una strada durante un temporale non è soltanto qualcosa da allontanare il più rapidamente possibile. Può essere trattenuta, assorbita, raccolta e utilizzata.
Il confine tra infrastruttura e paesaggio diventa così meno netto. E forse è proprio questo uno dei cambiamenti più importanti nel modo in cui stiamo tornando a progettare le città.
Anche un terreno esaurito può cambiare funzione
Oggi e domani la Commissione europea dedica inoltre un incontro alla trasformazione delle regioni carbonifere. Il titolo, Clean energy, restored lands: The path forward for coal regions, contiene già buona parte della questione: che cosa può diventare un territorio quando l’attività per la quale è stato trasformato termina?
Le aree minerarie dismesse vengono considerate come possibili luoghi per produzione di energia rinnovabile, accumulo, nuove attività industriali e rigenerazione ambientale. Non si tratta quindi soltanto di bonificare ciò che resta e nemmeno di tentare di riportare artificialmente il territorio a una condizione precedente all’industria. Si tratta di riconoscere la trasformazione avvenuta e costruire un uso successivo.
È forse il caso più estremo tra quelli di questo Radar, ma rende evidente la stessa questione. Un luogo non è mai soltanto la funzione che gli abbiamo assegnato in un determinato momento.
Bawa costruiva lasciando che il paesaggio entrasse nell’edificio. Zumthor distribuisce un museo dentro un parco invece di concentrare tutto in un volume. Le città europee scoprono che una politica climatica funziona soltanto quando entra nelle pratiche di chi le abita. L’acqua obbliga nuovamente a leggere insieme infrastruttura e territorio. Perfino un terreno industriale apparentemente consumato può diventare il punto di partenza di un’altra trasformazione.
Forse progettare consiste anche in questo: smettere, ogni tanto, di considerare le cose come oggetti conclusi.
Un edificio non finisce sulla facciata. Una città non finisce nei suoi edifici. Un’infrastruttura non finisce nella rete che vediamo sulla planimetria e un paesaggio non è semplicemente ciò che rimane libero dopo avere costruito.
È nello spazio tra queste cose che continuiamo ad abitare.
Immagine: Kandalama Hotel di Geoffrey Bawa, Dambulla, Sri Lanka. Foto JanManu / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.



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