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Radar #02 — Leggere lo spazio tra le cose

Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
Nicola Vazzoler
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Oggi è uscito formalmente "Lo spazio tra le cose". Nei giorni scorsi ho provato a raccontarlo attraverso la copertina, qualche immagine e un video. Ora che il libro è fuori, per questo Radar mi è sembrato più interessante fare una cosa diversa. Non spiegare che cosa contiene ma suggerire uno dei percorsi possibili al suo interno.


I testi sono nati in momenti diversi e molti di loro esistevano prima che esistesse il libro. Soltanto rimettendoli insieme ho cominciato a riconoscere alcune domande che passavano da un capitolo all’altro cambiando ogni volta leggermente forma. Una di queste riguarda il rapporto tra ciò che costruiamo per dare ordine alla realtà e ciò che, inevitabilmente, quell’ordine non riesce a contenere.


Seguendola si può attraversare buona parte del libro, da Asimov all’urbanistica, dal worldbuilding a un racconto come "Atlantide", fino all’intelligenza artificiale e a "Pentastico sintattico". Non è l’unico modo di leggerlo. È semplicemente quello che oggi mi sembra più evidente.


La crepa nel progetto

In "Fondazione: il progetto e la crepa" parto da un sistema costruito per prevedere il futuro. La psicostoria di Hari Seldon osserva le società alla scala dei grandi numeri e organizza la storia come un progetto capace di assorbire crisi e trasformazioni. Poi arriva il Mulo, qualcosa che quel modello non poteva conoscere in anticipo.


È la crepa che mi interessa più del fallimento. Il progetto di Seldon non diventa improvvisamente inutile e nemmeno completamente sbagliato. Continua a funzionare, ma deve confrontarsi con qualcosa che non possedeva ancora le categorie per descrivere.


Mentre scrivevo quel capitolo mi sono accorto che la stessa tensione era già entrata in "Habitat Zero", uno dei racconti delle "mie" Favole. La città è progettata per ridurre l’imprevisto a una percentuale tollerabile finché un uccello devia dalla traiettoria prevista. Il gesto è minimo e non distrugge nulla. Modifica però il punto dal quale il protagonista osserva il sistema che ha contribuito a costruire.


Credo che una delle domande del libro cominci proprio qui. Quanto deve essere preciso un progetto per funzionare e quanto deve rimanere aperto perché la vita possa ancora modificarlo?


Dalla città ai mondi immaginari

La stessa questione torna in "La forma delle relazioni" ma questa volta il territorio è quello reale. Una città possiede edifici, strade, distanze misurabili e destinazioni d’uso. Possiede però anche una forma meno stabile costruita dagli attraversamenti, dalle abitudini e dalle relazioni tra le persone e i luoghi.


Un progetto urbano può predisporre un percorso, rendere accessibile un luogo o stabilire una funzione. Non può decidere interamente quello che accadrà dopo. Gli abitanti possono utilizzare quello spazio come previsto, trasformarlo oppure ignorarlo. Un margine può diventare un passaggio e un’area che sembrava residuale può mettere in relazione parti della città che fino a quel momento si erano semplicemente voltate le spalle.


Poche pagine dopo, in "Costruire una costruzione. Note sul worldbuilding", lo stesso ragionamento entra nella scrittura. Ho definito il worldbuilding un “piano regolatore del senso”: si stabiliscono regole, risorse, infrastrutture, forme del potere e limiti, ma quelle condizioni acquistano davvero significato soltanto quando qualcuno deve viverci dentro.


È stato uno dei collegamenti che ho visto più chiaramente soltanto costruendo il libro. Progettare una città e inventare un mondo sono evidentemente attività molto diverse, ma condividono un limite. Si possono stabilire le condizioni iniziali, non tutte le conseguenze.


Ed è proprio nelle conseguenze che comincia la storia.


Atlantide, quando il sistema funziona

"Atlantide" arriva più avanti e mette alla prova questa idea attraverso la narrazione. La città che ho immaginato è estremamente organizzata. Possiede uffici, protocolli, infrastrutture, gerarchie e procedure capaci di classificare quasi ogni aspetto della vita. Le disuguaglianze non hanno nemmeno bisogno di essere dichiarate apertamente perché sono distribuite dentro parametri tecnici, requisiti e regole sedimentate nel tempo.


Mi interessava una società nella quale il problema non fosse semplicemente la corruzione del sistema. Sarebbe stato più facile. Volevo invece capire che cosa succede quando un sistema può essere internamente coerente e continuare comunque a produrre conseguenze che nessuno sembra più capace di assumere nella loro interezza.


Per questo Atlantide non interrompe i saggi che la precedono. Porta dentro una storia alcune delle domande che quei saggi avevano lasciato aperte. Le regole non vengono più descritte dall’esterno. Diventano porte che qualcuno può attraversare e qualcun altro no, una procedura che concede un diritto, una distanza sociale incorporata in un gesto, una decisione perfettamente conforme che produce una conseguenza molto concreta nella vita di una persona.


Il mondo inventato serve proprio a questo. Permette di seguire una regola abbastanza a lungo da vedere dove conduce.


L’intervallo nel quale possiamo ancora scegliere

In "L’intervallo del cambiamento" il discorso torna al presente e all’intelligenza artificiale. Anche qui esistono sistemi capaci di elaborare quantità di informazioni che nessun individuo potrebbe gestire nello stesso tempo e strumenti che possono rendere più semplice una parte del nostro lavoro.


La questione che mi interessava, però, era lo spazio rimasto tra il risultato prodotto dal sistema e la decisione di utilizzarlo.


Una risposta appare sullo schermo. Può essere rapida, ordinata e convincente. Prima che entri in un progetto, in un procedimento o nella vita di un’altra persona rimane però un passaggio nel quale qualcuno deve comprenderla, verificarla e decidere se assumersene le conseguenze.


In questo caso lo spazio tra le cose non è fisico. È un intervallo di responsabilità.


Forse è anche uno dei punti nei quali il libro si avvicina maggiormente al presente senza provare a indovinare il futuro. Molte delle tecnologie di cui discutiamo diventeranno ordinarie e smetteremo progressivamente di percepirle come una trasformazione. Proprio per questo il momento in cui le pratiche non si sono ancora stabilizzate è interessante. Possiamo ancora vedere le scelte che contribuiranno a costruire quella normalità.


Quello che resta quando un sistema non basta più

Verso la fine del libro arriva "Pentastico sintattico". È il testo più lungo e, pur essendo una narrazione, raccoglie molte questioni emerse nelle pagine precedenti: memoria, conoscenza, istituzioni, tecnologia, città, perdita e possibilità di ricostruire.


A quel punto il problema non è più progettare un sistema sufficientemente preciso da evitare il fallimento. Il fallimento è già accaduto e la domanda diventa che cosa renda ancora possibile costruire qualcosa dopo.


Nel racconto le infrastrutture continuano a essere indispensabili. Servono energia, trasporti, cibo, organizzazione e competenze. Ma non sono sufficienti da sole. Una civiltà continua a esistere anche attraverso le relazioni che permettono di ricostruire quelle strutture quando vengono meno.


Rileggendo oggi Pentastico sintattico dopo Fondazione, mi colpisce soprattutto questa distanza. All’inizio del percorso c’è un sistema che cerca di prevedere la storia. Alla fine ce n’è uno che deve imparare a vivere con ciò che la storia ha prodotto senza poter tornare indietro.


Nel mezzo ci sono città reali e immaginarie, norme, algoritmi, persone che utilizzano diversamente gli spazi progettati per loro e decisioni che producono effetti non previsti. Lo spazio tra le cose finisce così per coincidere spesso con il punto nel quale una struttura incontra qualcosa che non riesce a governare completamente.


È soltanto una delle strade possibili attraverso il libro. Se ne potrebbero costruire altre partendo dalla memoria, dal desiderio, dal corpo, dalla percezione della realtà o dal modo in cui le storie cambiano quando passano da un linguaggio all’altro.


Questa, però, è quella che vedo oggi.


Forse perché fino a ieri Lo spazio tra le cose era ancora un sistema sul quale potevo intervenire. Potevo spostare un capitolo, correggere una frase, modificare una relazione tra due testi. Da oggi quella parte del lavoro è finita e comincia quella che un autore controlla molto meno: il modo in cui il libro verrà attraversato dagli altri.


In qualche modo anche questa è una crepa nel progetto. Ed è probabilmente giusto che ci sia.

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