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Gli inediti - Racconto di Natale (una favola per bambini cresciuti)

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 23 dic 2025
  • Tempo di lettura: 11 min

Questo testo appartiene agli inediti. Pubblicato come regalo di Natale per chi segue questo spazio.


Pecora in primo piano in un recinto distrutto e abbandonato, notte invernale con luna piena.

La valle non aveva un nome. Non perché nessuno glielo avesse mai dato, ma perché non era necessario. Le pecore non davano nomi ai luoghi, solo alle abitudini. E i lupi non avevano alcun interesse a ricordare alle pecore che i luoghi possono cambiare.


Nella valle governavano i lupi, e nessuna pecora avrebbe saputo spiegare perché. Se interrogata, avrebbe probabilmente risposto: «Perché è sempre stato così», frase che le pecore pronunciavano con una serenità disarmante, come se contenesse in sé ogni possibile spiegazione.


Le pecore vivevano nei recinti e i lupi nei loro covi. Un’organizzazione semplice, funzionale, rassicurante. Almeno così veniva raccontata.


I recinti erano bassi, costruiti più per consuetudine che per difesa. Nessuna pecora aveva mai davvero provato a superarli. Non perché fosse impossibile, ma perché non ne vedeva il senso. Il presente bastava: pascolare, belare, dormire. Tutto il resto era superfluo.


Le pecore erano tutte uguali. Non per cattiveria della natura, ma per mancanza di curiosità. Quando una di loro spariva, nessuna era davvero sicura che mancasse qualcuno. Il gregge cambiava forma, ma non sostanza. Il belato restava lo stesso, il numero abbastanza grande da rendere ogni assenza statisticamente trascurabile.


In fondo, a guardarle bene, erano intercambiabili: stesso vello, stesso sguardo vuoto, stessa capacità di dimenticare entro pochi minuti qualsiasi cosa non riguardasse il pasto successivo.


I lupi avevano imparato presto quella lezione. Non prendevano mai troppo, né troppo spesso. Mangiare una pecora ogni tanto era sufficiente a mantenere l’equilibrio: abbastanza da nutrirsi, non abbastanza da generare panico. I lupi non erano predatori impulsivi. Pensavano in stagioni.


Il Natale arrivava con la neve. E con il Natale arrivava il periodo in cui i lupi mangiavano di più.


La neve era una grande alleata. Copriva le tracce, attutiva i rumori, rendeva ogni sparizione più pulita. Le pecore, infreddolite, si stringevano l’una all’altra. Il calore del gruppo le rassicurava. Nessuna guardava fuori dal recinto. Nessuna sentiva il bisogno di contare.


Il Natale, nella valle, era una vera festa. Per i lupi. Una festa sotto copertura. Un grande telo rosso steso sopra il futuro, così che nessuna pecora fosse costretta a guardarlo.


Al centro di tutto c’era il primo lupo, guida del branco. Non era vecchio, né stanco. Era un lupo nel pieno delle proprie capacità: pelo folto, occhi vigili, parola ferma. Il suo covo non era il più antico, ma il più funzionale. Aveva capito che il potere non si impone: si racconta.


Il primo lupo parlava spesso alle pecore. Si avvicinava ai recinti senza mai entrarvi davvero. Non ne aveva bisogno. Bastava la sua voce, il ritmo misurato delle frasi, il modo in cui faceva sembrare ogni cosa inevitabile.


«Siamo una comunità», diceva. «lupi e pecore insieme. Ognuna nel proprio ruolo. Noi vegliamo, voi vivete serene. È così che funziona un sistema giusto.»


Le pecore belavano piano, soddisfatte. Sentirsi incluse era già una forma di felicità.


Il primo lupo parlava di cooperazione, di equilibrio, di inverno da attraversare insieme. Parlava del Natale come di un tempo di fiducia, di sospensione, di silenzio necessario. Le sue parole erano calde, anche quando l’aria era gelida. Facevano dimenticare il freddo. E soprattutto facevano dimenticare il domani.


Intanto, durante le notti di neve, le sparizioni aumentavano. I lupi le chiamavano “imprevisti”. Le pecore non le chiamavano affatto. Qualcuna, a volte, alzava il muso. «Non eravamo di più?» Un’altra belava. Il pensiero si dissolveva in un istante.


Così la valle continuava a funzionare. I lupi pianificavano il lungo periodo. Le pecore vivevano il presente, grate di far parte di qualcosa che non comprendevano. E mentre la neve cadeva fitta, il primo lupo parlava, rassicurava, univa. Sotto quella voce, le tracce scomparivano.


Il branco si riuniva nei covi più grandi a qualche settimana dal Natale. Non perché fosse una ricorrenza sacra, ma perché era il momento dell’anno in cui tutto riusciva più facile. Le pecore erano distratte, il freddo le teneva ferme, la neve cancellava ciò che non doveva restare visibile. Era la stagione in cui si mangiava di più, e senza conseguenze immediate.


I lupi sedevano nella dura terra scavata. A osservarli, si sarebbero potuti confondere l’uno con l’altro: stesso manto, stessa postura composta, stessa attenzione disciplinata. Anche loro tendevano all’uniformità. Con una differenza sostanziale: sapevano obbedire.


Accanto al primo lupo sedeva il primo segugio. Era il suo vice. A lui spettava il compito di misurare, distribuire, contenere. Era stato scelto per la sua precisione, per la capacità di far funzionare il sistema senza scosse, per l’idea (mai messa in discussione fino a quel momento) che governare significasse durare.


Il primo lupo parlò a lungo. Non alzò mai la voce. Non ne aveva bisogno. I lupi lo ascoltavano con quella forma di attenzione che non nasce dal dubbio, ma dalla fiducia assoluta. Annuivano spesso, con convinzione, a volte persino in anticipo, come se intuire prima la direzione del pensiero fosse una forma di fedeltà.


Disse che il sistema aveva funzionato. Disse che le pecore avevano dimostrato una resilienza encomiabile, una capacità quasi commovente di adattarsi a tutto. Disse che il recinto non era mai stato così efficace: non come barriera fisica, ma come confine mentale.


Parlò del Natale come di un tempo prezioso. Un periodo in cui le pecore si stringevano, ringraziavano, smettevano di osservare. Un tempo in cui le sparizioni aumentavano senza che nessuno si prendesse la briga di ricordare i numeri. I lupi annuirono. Era evidente. Stava già accadendo.


Il primo segugio ascoltava, prendendo nota mentale come sempre. Qualcosa, però, non tornava. Non nei dati (quelli erano coerenti) ma nel tono. Il primo lupo stava parlando come se l’equilibrio non fosse più un obiettivo, ma un ostacolo.


Il primo lupo sorrise appena, mentre spiegava che la moderazione era stata necessaria solo all’inizio. Che l’equilibrio non era una virtù morale, ma una fase tecnica. Che trattenersi troppo a lungo rischiava di diventare inefficienza.


Disse che governare significava preparare la fine, non rimandarla. Che allevare consenso aveva senso solo finché c’era qualcosa da allevare. Che le pecore avevano ormai assolto pienamente alla loro funzione.


I lupi continuavano ad annuire. Non perché capissero tutto, ma perché si fidavano. Delegavano il pensiero.


Il primo lupo arrivò infine al punto senza mai nominarlo direttamente. Parlò di chiusura naturale. Di razionalizzazione. Di assenza di ulteriori motivi per mantenere ciò che non produce più futuro. A quel punto, anche i lupi più giovani avevano capito. Non si trattava di mangiare di più. Si trattava di mangiare tutto.


E quel Natale era il momento ideale per cominciare.


Il primo segugio capì allora che non era stato informato prima non per distrazione, ma per scelta. Il piano definitivo non prevedeva più il suo ruolo. Lui serviva finché c’era qualcosa da amministrare. Non oltre.


Fu allora che parlò.


«Se non resta nulla da governare, allora il governo non serve più.»


Nel covo calò un silenzio diverso. Non ostile. Curioso.


Il primo lupo lo guardò con attenzione, come si guarda un dettaglio interessante che non cambia il progetto generale.


«Il governo», rispose, «non esiste per durare. Esiste per funzionare. Quando ha funzionato fino in fondo, può anche finire.»


Il primo segugio comprese allora che non si trattava di una deriva, ma di una conclusione. Il sistema non stava tradendo le proprie regole. Le stava applicando fino all’ultima conseguenza. Il branco si sciolse poco dopo. I lupi tornarono ai loro covi, tranquilli. Il piano era chiaro. Il Natale avrebbe fatto il resto.


Il primo segugio rimase indietro perché per la prima volta aveva davanti un problema che i numeri non potevano risolvere. Fu in quel momento che capì che il conflitto non era tecnico. Era identitario.


Il primo segugio tornò al proprio covo che la neve aveva già ricoperto l’ingresso. Si fermò un momento prima di scavare. Non per il freddo, né per la stanchezza, ma perché per la prima volta sentiva che rientrare significava accettare qualcosa che non aveva ancora deciso di accettare.


Per anni aveva creduto che il suo compito fosse quello di mantenere l’equilibrio: mangiare senza distruggere, governare senza accelerare, garantire che il sistema durasse abbastanza a lungo da sembrare naturale.


Era stato scelto per questo. Vice del primo lupo. Custode delle proporzioni. Colui che impediva ai lupi di confondere il desiderio con la strategia.cEppure, quella notte, ogni calcolo tornava. Ed era proprio questo il problema.


Il piano del primo lupo non conteneva errori. Era efficiente. Elegante. Definitivo. La neve, il Natale, l’abitudine delle pecore, la fiducia cieca dei lupi: tutto convergeva verso una conclusione che non lasciava scarti.


Il primo segugio capì allora che il sistema non aveva bisogno di essere corretto.

Aveva bisogno di essere creduto. E lui, fino a quel momento, ci aveva creduto.


Ripensò alle parole del primo lupo. Il governo non esiste per durare. Esiste per funzionare. Era una frase perfetta. Troppo perfetta per essere falsa. Il problema era che, portata fino in fondo, non lasciava spazio a chi aveva sempre pensato che governare significasse anche rispondere di ciò che resta dopo.


Il primo segugio uscì dal rifugio e guardò verso i recinti. Da lontano, le pecore erano indistinguibili l’una dall’altra. Un unico corpo caldo, compatto, che belava piano nella neve. Vivevano il presente con una dedizione assoluta. Non sospettavano nulla. Non avrebbero sospettato nulla nemmeno all’ultimo.


Per la prima volta, il primo segugio non riuscì a considerarle solo una variabile. Capì che il punto non era salvare le pecore. Non era nemmeno fermare i lupi. Il punto era un altro, molto più semplice e molto più difficile: non essere complice.


Governare senza futuro non era governare. Era consumare. E lui, che aveva sempre misurato tutto, si accorse di non aver mai misurato se stesso. Quella notte non prese decisioni. Ma qualcosa si era incrinato. Non nel sistema. In lui.


Il primo segugio chiese di parlare al primo lupo la mattina seguente. Non spiegò perché. Il primo lupo accettò subito. Le defezioni, come le carestie, vanno affrontate prima che facciano rumore. Il primo segugio entrò nel covo e rimase in piedi. Non per rispetto, ma per abitudine: sedersi significava restare.


Disse che non era stato informato del piano definitivo. Disse che, se lo avesse saputo prima, avrebbe rinunciato all’incarico prima. Disse che il suo ruolo era sempre stato quello di garantire continuità, non esaurimento.


Il primo lupo ascoltava senza interrompere. Non perché fosse d’accordo, ma perché il primo segugio stava parlando in modo ordinato.


Il primo segugio continuò: spiegò che un sistema che funziona solo fino a consumare tutto ciò che governa non è un sistema stabile, ma una fase terminale ben gestita. Che governare, per lui, significava rispondere anche di ciò che rimane. Che la trasparenza non era una strategia comunicativa, ma una condizione minima per restare coerente.


«Restare», disse, «significherebbe accettare un piano che non posso difendere nemmeno davanti a me stesso.»


Il primo lupo annuì. Non in segno di comprensione, ma di registrazione.


«Se te ne vai», disse, «perdi tutto.»


Il primo segugio confermò. Il ruolo. Il rifugio. Il branco. La protezione.


«E non cambierà nulla», aggiunse il primo lupo. Non era una minaccia. Era un dato.


Il primo segugio ci pensò un istante. Non per paura, ma per coerenza.


«Lo so», disse. «Ma restare cambierebbe me.»


Non ci fu discussione. Il sistema non discute con ciò che espelle. Il primo segugio uscì dal covo e si diresse verso l’altopiano. Non annunciò la sua partenza. Non salutò nessuno. I lupi non avevano bisogno di spiegazioni, solo di sostituzioni.


Camminò nella neve senza fretta. Ogni passo lo allontanava da qualcosa che aveva funzionato finché non aveva smesso di avere senso. La neve fece il resto. Coprì le tracce, cancellò il percorso, rese la sparizione ordinata e definitiva.


Del primo segugio non rimase nulla di utile. E questo, per il sistema, era più che sufficiente. Il suo rimase vuoto meno di quanto sarebbe stato educato notare. Il tempo di una riunione. Forse due.


Il primo lupo scelse un lupo più giovane. Non perché promettente, ma perché disponibile. Aveva imparato presto l’arte più richiesta: dire sì senza chiedere a cosa. Era inesperto, ma non ignorante. La differenza era importante.


Il nuovo primo segugio accettò l’incarico con gratitudine misurata. Capì subito che non doveva fare domande. Le domande rallentano. I fatti, invece, parlano da soli soprattutto quando nessuno li ascolta davvero.


Era competente. Riorganizzò i tempi, affinò i percorsi, ridusse gli sprechi. Dove il predecessore aveva visto un problema di senso, lui vide un margine di miglioramento. Il talento tecnico è una forma di anestesia: funziona anche quando non dovrebbe.


Non gli interessava sapere tutto. Gli bastava sapere abbastanza per far funzionare il resto. L’ambiguità non lo disturbava: la considerava il prezzo inevitabile dell’efficacia. La chiamava realismo. Separò la propria bravura da ciò che stava accadendo. Lui non uccideva. Ottimizzava.


Arrivò quel Natale. La neve cadde fitta, coprendo i recinti come un sudario ben steso. Le pecore si strinsero l’una all’altra, confuse ma tranquille. Belavano come sempre. La felicità, per loro, era non dover capire.


I lupi attesero il momento giusto. Non per esitazione, ma per metodo. Poi cominciarono.


Azzannarono con ordine. Senza fretta. Senza eccessi. Una dopo l’altra. Nessuna fuga. Nessuna resistenza. Le pecore non avevano mai imparato a distinguere un pastore da un predatore. Morivano convinte di far parte di qualcosa.


Il nuovo primo segugio supervisionava. Controllava che non ci fossero ritardi, che le previsioni fossero rispettate. Annotava mentalmente gli scarti. Funzionava meglio del previsto.


Quando fu finita, non restava nulla che potesse belare. I recinti erano inutili. Il silenzio, definitivo.


I lupi si leccarono il muso. Non per fame. Per soddisfazione. Il sistema aveva dato il massimo. Aveva operato fino all’ultimo corpo. Il nuovo primo segugio registrò il risultato come un successo pieno. Aveva garantito la continuità. Anche se non c’era più nulla da continuare. Ma questo non rientrava nelle sue competenze.


Il Natale passò. Come passano tutte le coperture riuscite. E la valle rimase lì. Vuota. Silenziosa. Perfettamente efficiente.


Per un po’, i lupi non se ne accorsero. Erano sazi, stanchi, soddisfatti. Avevano portato a termine il progetto. Il sistema aveva funzionato fino all’ultimo dettaglio. Non c’erano più variabili, né attriti, né problemi da gestire.


Poi arrivò il dopo. E il dopo non era stato pianificato.


Senza le pecore, i lupi cominciarono a dimagrire. All’inizio lentamente, quasi con eleganza. Poi in modo evidente. Il freddo penetrava di più, i covi sembravano meno sicuri, il silenzio non aveva più nulla di rassicurante. Continuavano però a fidarsi. Del primo lupo. Del nuovo primo segugio. Del fatto che un piano così ben eseguito non potesse aver sbagliato.


«È una fase», si dicevano. «Abbiamo sempre avuto ragione.»


Il primo lupo parlava ancora. Con meno forza, ma con la stessa sicurezza. Diceva che ogni grande scelta comporta costi, che le conseguenze non devono essere confuse con i dubbi, che il futuro avrebbe premiato chi non aveva esitato.


Il nuovo primo segugio continuava a fare ciò che sapeva fare. Misurava l’inevitabile. Ottimizzava il nulla. Applicava competenza a un mondo che non aveva più oggetto. Non metteva in discussione ciò che era stato deciso. Il suo ruolo non prevedeva giudizi, solo continuità.


Poi il cibo finì davvero.


All’inizio, i lupi più deboli si fecero da parte. Non per altruismo, ma per abitudine: avevano sempre saputo quando smettere di contare. Gli altri lo chiamarono "sacrificio". Era solo il primo cedimento.


Quando non restò più nulla da razionalizzare, l’ordine cominciò a disfarsi. I lupi smisero di parlarsi. Smettevano di attendere. Smettevano di riconoscersi. La fame non seguiva gerarchie. Non rispettava ruoli. Non premiava la fedeltà.


Prima si mangiarono ciò che restava dei più lenti. Poi dei più soli. Poi di chi era ancora convinto che qualcuno stesse guidando. Quando la rabbia prese il posto del calcolo, il branco non esisteva più. Non fu una fine dignitosa. Fu una regressione.


Privati del sistema che li teneva separati dall’istinto, i lupi tornarono ciò che erano sempre stati, senza più neppure la scusa di un futuro da costruire. Il futuro non arrivò. Non perché fosse stato negato, ma perché era stato divorato in anticipo.


Del primo segugio che aveva detto no, invece, non restava più nulla. Era morto molto prima degli altri. Solo. Nel gelo. Lontano dal suo rifugio e dal suo branco. Non aveva lasciato opere. Non aveva fondato nulla. Non aveva salvato nessuno. Ma la sua morte non somigliava a quella degli altri lupi. Era morto coerente mentre gli altri erano morti fiduciosi.


Ed è questa la differenza che la Storia, se mai qualcuno fosse venuto dopo, avrebbe saputo distinguere. Non tra chi ha vinto e chi ha perso, ma tra chi ha seguito una propria coerenza fino alla fine e chi ha seguito la cupidigia convinto che fosse una strategia.


Tra una morte che non rinnega nulla, e molte morti che arrivano quando non resta più niente da difendere. Perché il prezzo della trasparenza può essere la vita. Ma il prezzo dell’ambiguità, quando funziona troppo bene, è il futuro stesso.

 
 
 

4 commenti


Giorgio
26 dic 2025

La metafora dei lupi e delle pecore è davvero centrata nel rappresentare la dinamica oppressiva tra chi detiene il potere e chi lo subisce. Le pecore simboleggiano una società passiva, mentre i lupi incarnano un'autorità manipolativa e predatoria.

Un elemento che merita attenzione è la figura del primo segugio, inizialmente fedele ai lupi, ma che a un certo punto decide di ribellarsi alla moralità di questo sistema. La sua scelta di allontanarsi rappresenta un atto di resistenza etica, che ci fa riflettere sulla ricerca di giustizia e integrità fino ad arrivare ad una morte solitaria.

Questa storia ci invita a riflettere sulla realtà in cui viviamo e ci ricorda l'importanza di rimanere fermi nei propri principi e di lottare per…

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Nicola Vazzoler
Nicola Vazzoler
27 dic 2025
Risposta a

Grazie Giorgio per una lettura così attenta e un commento così ricco.

Più che di ribellione, mi interessava raccontare il momento in cui la coerenza diventa incompatibile con il restare.

È una scelta che non salva nessuno, ma che forse salva qualcosa.

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Concezio Leonzi
24 dic 2025

Un racconto breve, crudo per certi aspetti, paradossalmente rassicurante per altri. Chiaro nell' evidenziare il concetto atavico della coerenza, sempre in aperta lotta con l' ambiguità. Complimenti all'Autore.

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Nicola Vazzoler
Nicola Vazzoler
27 dic 2025
Risposta a

Grazie Maestro, è un commento che coglie molto bene il cuore del racconto.

La coerenza come scelta atavica, e l’ambiguità come tentazione “razionale”, sono due forze che difficilmente smettono di scontrarsi. Auguri di buone feste!

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