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I miei commenti e recensioni - Raccontare poco, raccontare lungo

  • Immagine del redattore: Nicola Vazzoler
    Nicola Vazzoler
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Lavorando a un romanzo (ormai da più di un anno), mi sono imbattuto in un pensiero ricorrente che vorrei condividere qui fra i miei commenti: scrivere un racconto e scrivere un romanzo non sono la stessa cosa.


Io parlerei di distillato e di concentrazione dilatata.


Per come la sto vivendo non è una questione di lunghezza, e nemmeno di ambizione. Sono due gesti mentali diversi, quasi due posture opposte davanti alla stessa materia: il tempo.


Il racconto, per come lo intendo io, è un distillato. Non ammette esitazioni. Non perdona divagazioni. In poche pagine deve accadere qualcosa che lasci un segno: un’immagine, un’emozione, una o più domande che continuano a lavorare anche dopo l’ultima riga. Il racconto non spiega: condensa. È un atto di precisione. Ogni frase deve giustificare la propria esistenza, perché non c’è spazio per il superfluo. Il tempo del racconto è breve, ma la sua eco deve essere lunga.


Il romanzo, al contrario, non è una soluzione rapida. È una concentrazione dilatata. Un processo. Un accumulo che richiede pazienza, memoria e resistenza. Qui la difficoltà non è colpire subito, ma tenere: tenere un filo narrativo principale, far crescere personaggi che non siano solo funzioni della trama ma presenze autonome, costruire sottotrame che non distraggano ma arricchiscano, creare nodi e tensioni senza perdere la direzione. Il romanzo chiede di pensare in termini di archi, non di istanti.


Un romanzo potrebbe perfino sembrare una raccolta di racconti (i capitoli, in fondo, lo sono) ma la differenza sta nella forza di gravità, che ancora a terra. Nel romanzo tutto deve tornare, o almeno avere un peso. I personaggi non attraversano il mondo, ne sono attraversati. E i mondi stessi non sono semplici scenografie, ma veri protagonisti, capaci di influenzare azioni, scelte, linguaggi, destini.


C’è poi una difficoltà comune, forse la più subdola: la coerenza stilistica. Nel racconto lo stile è un colpo secco, un registro che si impone e deve reggere fino alla fine. Nel romanzo lo stile deve invece saper respirare. Può permettersi deviazioni, cambi di ritmo, persino qualche imperfezione, ma non deve mai perdere la propria identità. È come una voce: può abbassarsi o alzarsi, accelerare o rallentare, ma deve restare riconoscibile.


Scrivere racconti mi ha insegnato la precisione. Scrivere un romanzo mi sta insegnando la responsabilità.


Responsabilità verso i personaggi, che non posso abbandonare a metà strada. Verso i mondi, che non possono essere solo evocati ma devono funzionare. Devono essere abitati. Verso il lettore, che accetta di restare a lungo dentro una storia solo se percepisce che ogni deviazione ha un senso.


Non credo che uno dei due formati sia “più difficile” dell’altro. Sono difficoltà diverse. Il racconto chiede coraggio immediato. Il romanzo chiede fedeltà nel tempo.


E forse è proprio questo il punto: il racconto è un incontro intenso e breve, il romanzo è una convivenza.


Entrambi, però, se funzionano, lasciano qualcosa che resta. Ed è per quel resto che continuo a scrivere.

 
 
 

1 commento


Concezio Leonzi
un'ora fa

Per analogia con la composizione musicale si potrebbe paragonare il racconto ad un capriccio, ad un divertimento o ad un notturno; mentre il romanzo ad una sinfonia, articolata su tre o più tempi, dove la concentrazione richiesta sia all' esecutore che all' ascoltatore è distesa, dilatata nel tempo.

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