I miei commenti e recensioni - Quando lo spazio smette di essere frontiera
- Nicola Vazzoler
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Tre film sulla solitudine dell’uomo nel cosmo
“Mi sta snervando, Cooper. Questo… questo… millimetri di alluminio e poi basta. Non c’è nient’altro lì fuori per milioni di chilometri che non ci uccida in un attimo.”
Romilly, Interstellar
Per gran parte della storia del cinema di fantascienza lo spazio è stato raccontato come una promessa: una nuova frontiera, una distesa infinita pronta ad accogliere l’espansione dell’umanità. Astronauti eroici, missioni impossibili, pianeti lontani da conquistare.
Ma esiste un’altra linea narrativa, più inquieta e meno celebrativa, che ribalta completamente questa prospettiva. In questi film lo spazio non è promessa ma prova. Non frontiera ma limite. Un ambiente che non perdona, perché non è stato fatto per noi.
In questa breve serie di recensioni cinematografiche, tre film molto diversi tra loro (Sunshine 2007, regia di Danny Boyle, produzione britannica; Aniara 2018, regia di Pella Kågerman e Hugo Lilja, produzione svedese; Oxygen 2021, regia di Alexandre Aja, produzione francese) raccontano proprio questo.
Non sono grandi produzioni hollywoodiane, o lo sono solo al limite estremo della definizione. Non cercano la spettacolarità cosmica o la vertigine visiva che caratterizza molta fantascienza contemporanea. Piuttosto mettono in scena una condizione radicale: l’essere umano intrappolato nello spazio in un sistema chiuso.
Si potrebbero citare altri titoli. Qualcuno potrebbe obiettare che un confronto sul rapporto tra uomo e cosmo dovrebbe includere film come Interstellar o Gravity.
Interstellar è probabilmente uno dei migliori esempi di fantascienza contemporanea: rigoroso nella costruzione scientifica, ambizioso nella sceneggiatura, capace di intrecciare cosmologia e dramma umano.
Tuttavia non è davvero un film sulla deriva dell’uomo nello spazio. Nel corso della storia diventa sempre più evidente che le scelte dei protagonisti, le traiettorie delle missioni e persino le possibilità di sopravvivenza dell’umanità sono rese possibili dall’intervento di entità pentadimensionali che manipolano la struttura dello spazio-tempo.
Il cosmo di Interstellar non è un luogo indifferente, ma un universo che in qualche modo risponde e orienta gli eventi. Proprio per questo il film appartiene a una linea diversa della fantascienza: non quella della solitudine cosmica, ma quella in cui l’uomo scopre di non essere davvero solo nell’universo.
Gravity rappresenta invece un caso diverso. È un film straordinario proprio perché non è, a mio avviso, davvero fantascienza. È piuttosto un film di sopravvivenza ambientato nello spazio, costruito su un incidente che potrebbe accadere davvero. Lo spazio non è metafora né speculazione, ma ambiente fisico ostile. Anche il finale, spesso interpretato come rinascita simbolica, potrebbe essere letto in modo opposto: come l’ultima allucinazione della protagonista prima della morte.
Un altro film che avrei potuto citare è The Cloverfield Paradox, che apprezzo molto per l’idea alla base: lo scontro tra universi paralleli che altera la realtà stessa della nave e dei suoi occupanti. È una deriva nello spazio anche quella, ma di natura diversa. Non è l’isolamento cosmico a mettere in crisi l’equipaggio, bensì l’interferenza tra dimensioni che modifica la struttura della nave e persino quella dei corpi. È un’ipotesi affascinante, ma appartiene a un’altra linea della fantascienza, più legata alla speculazione sui multiversi che alla solitudine dell’uomo nello spazio.
Per questo motivo ho preferito scegliere tre film meno spettacolari ma più comparabili tra loro. Tre variazioni della stessa condizione narrativa: l’essere umano intrappolato nello spazio, senza una via di fuga.
Cambia la scala (un equipaggio, una società, un individuo) ma la domanda resta la stessa. Cosa succede alla mente quando il cosmo smette di essere orizzonte e diventa prigione?
La missione – Sunshine
In Sunshine l’umanità tenta un gesto quasi mitologico: riaccendere un Sole morente.
La nave Icarus II trasporta un equipaggio incaricato di detonare una gigantesca bomba stellare nel cuore della stella. La premessa è semplice e grandiosa allo stesso tempo: salvare il Sole significa salvare la Terra.
Danny Boyle costruisce con grande efficacia una tensione che nasce proprio da questa responsabilità assoluta. L’equipaggio non affronta soltanto una missione tecnica impossibile, ma il peso simbolico di un gesto cosmico. Il Sole non è soltanto un oggetto astronomico: diventa progressivamente una presenza quasi mistica, qualcosa che attrae e destabilizza.
Il film funziona soprattutto nella prima parte, quando la missione appare fragile e precaria e ogni decisione sembra poter compromettere l’equilibrio dell’intero sistema. L’astronave diventa un microcosmo in cui la razionalità scientifica convive con la paura e con una forma di fascinazione quasi religiosa verso la stella.
Proprio per questo la svolta narrativa della seconda metà del film appare discutibile. L’introduzione del sopravvissuto della missione precedente sposta il conflitto su un piano più tradizionale: il confronto tra uomini.
È una scelta che, a mio parere, riduce la portata del film perché il vero antagonista non avrebbe dovuto essere un altro essere umano. Sarebbe stato molto più radicale mostrare un lento deterioramento percettivo dell’equipaggio, una destabilizzazione progressiva provocata dall’esposizione a una scala cosmica troppo grande per essere compresa.
Non violenza. Non fanatismo. Ma qualcosa di più inquietante: la mente che cede davanti al Sole.
La deriva – Aniara
Se Sunshine racconta il peso di una missione impossibile, Aniara racconta qualcosa di ancora più radicale: la perdita della missione stessa.
La nave Aniara trasporta migliaia di coloni verso Marte quando un incidente la devia irrimediabilmente dalla rotta. La nave continua a funzionare. Le persone possono sopravvivere. Ma la destinazione non esiste più. Non c’è ritorno. Non c’è arrivo.
Il film diventa così un esperimento filosofico sulla perdita di senso. All’interno della nave emergono nuove forme di religione, evasione tecnologica, disperazione e nichilismo. La società della nave lentamente si riorganizza attorno alla consapevolezza che la traiettoria è ormai definitiva.
L’idea alla base del film è potentissima: l’essere umano può sopportare molte difficoltà materiali, ma difficilmente sopporta l’assenza totale di scopo.
Aniara mostra con lucidità questo processo. La nave non implode immediatamente. La vita continua, si adatta, inventa nuove forme di sopravvivenza emotiva. Ma con il passare del tempo ogni tentativo di costruire un nuovo equilibrio appare sempre più fragile.
Il limite del film, almeno nella mia lettura, è la distanza emotiva che mantiene dai personaggi. La costruzione concettuale è rigorosa, quasi implacabile, ma proprio questa lucidità finisce per raffreddare l’empatia dello spettatore. I protagonisti diventano figure simboliche più che individui pienamente riconoscibili.
Quando il cinema perde empatia, anche le idee più potenti rischiano di restare sospese: più pensate che vissute.
La prigione – Oxygen
Con Oxygen la scala si restringe ulteriormente. Non c’è più un equipaggio. Non c’è più una società. C’è soltanto una donna che si risveglia in una capsula criogenica con ossigeno limitato e senza memoria.
Per gran parte del film non sappiamo nemmeno dove si trovi. La narrazione si sviluppa come un thriller claustrofobico costruito sul tempo che scorre e sulla progressiva ricostruzione dell’identità della protagonista. Solo nel finale scopriamo che la capsula fa parte di una missione di colonizzazione interstellare.
In questo senso Oxygen rappresenta la forma più estrema della stessa situazione narrativa: l’essere umano intrappolato nello spazio. La tensione non nasce dal vuoto cosmico, ma dal limite biologico. Non è lo spazio a uccidere direttamente, ma il tempo.
Il plot twist finale (la scoperta della missione coloniale) sarebbe stato sufficiente a chiudere il film con grande forza narrativa. L’ulteriore scena in cui la protagonista si ricongiunge con il partner sul nuovo pianeta introduce invece un lieto fine che appare quasi necessario più che realmente voluto.
È una tendenza sempre più diffusa nel cinema contemporaneo. Dopo aver mostrato l’indifferenza dello spazio, il film sente il bisogno di restituire allo spettatore una forma di speranza.
Lo stesso accade in film come Stowaway o The Martian, dove la durezza della situazione viene ricomposta attraverso un finale consolatorio.
Ma non sempre è necessario. A volte un finale aperto lascia allo spettatore qualcosa di più prezioso: la possibilità di immaginare. E forse anche più verità.
Ciò che resta
In questi tre film lo spazio non è la nuova frontiera dell’umanità. È il luogo in cui l’umanità scopre il proprio limite.
Che non è quello tecnologico e nemmeno quello biologico ma quello mentale.
Possiamo costruire navi, attraversare orbite, immaginare colonie su pianeti lontani. Possiamo persino convincerci che il cosmo sia il prossimo capitolo della nostra storia.
Ma resta una domanda più difficile da affrontare: quanto a lungo la mente umana può sopportare il vuoto?
Forse la fantascienza più interessante non è quella che racconta come conquisteremo il cosmo. È quella che ci ricorda qualcosa di più semplice e più inquietante: che il cosmo, molto probabilmente, non è stato pensato per noi.




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